Ora che la scuola è ufficialmente terminata posso fare il bilancio di com’è stato il primo anno di scuola primaria di mia figlia.
Un anno che, per come è stato gestito dalla scuola, è stato una continua emergenza. Per mesi ho ricevuto note quotidiane che descrivevano crisi emotive, fughe dall’aula, difficoltà nel rispettare le regole, episodi di aggressività, allontanamenti dalla classe e continue problematiche comportamentali.
Ho perfino letto frasi come “ha colpito ripetutamente le docenti che si sono poste come barriera protettiva a tutela della classe.”
Giorno dopo giorno mi è stata restituita l’immagine di una bambina difficile. Una bambina che sembrava mettere costantemente in crisi l’organizzazione scolastica e la capacità degli insegnanti di gestire la classe.
Da genitore, leggere quelle comunicazioni è stato doloroso. Ogni nota diventava un peso. Ogni episodio raccontato alimentava domande, preoccupazioni e senso di impotenza. Ho cercato di collaborare, di capire, di sostenere il lavoro della scuola. Ho ascoltato spiegazioni, richieste, preoccupazioni.
Ho facilitato incontri con la neuropsichiatria, suggerito strategie, procurato materiale e parlato apertamente della diagnosi di mia figlia e di come evitare o gestire i momenti di frustrazione.
Poi a fine anno è arrivata la pagella. E qui qualcosa non torna. Perché la stessa bambina che per un anno è stata descritta quasi esclusivamente attraverso le sue difficoltà ha ricevuto una valutazione finale estremamente positiva.
Ottimo in italiano. Ottimo in matematica. Ottimo in tutte le materie…. Ma soprattutto Distinto in Relazioni con i pari e Relazioni con gli adulti. E la pagella termina con Comportamento generalmente corretto.
A quel punto mi sono chiesta: di chi stiamo parlando? Ho controllato di aver scaricata la pagella di mia figlia e non quella di qualche altro bambino. Ma nero su bianco il nome era proprio il suo!
Perché la bambina che vedo ogni giorno a casa non corrisponde a quella descritta dalla pagella. Mia figlia oggi non legge ancora in autonomia. Scrive con molta fatica. In matematica riesce a lavorare soprattutto quando è guidata e sostenuta passo dopo passo. Ha certamente capacità e potenzialità, ma ha ancora bisogno di molto supporto.
E allora faccio fatica a comprendere come si possa passare, nel giro di poche settimane, da una narrazione fatta quasi esclusivamente di problemi a una valutazione che restituisce un quadro così positivo.
Ma la questione più importante non è nemmeno questa. La vera domanda è un’altra.
Se davvero mia figlia era così ingestibile come è stata descritta per mesi, perché tutto questo non emerge nella valutazione finale? E se invece la valutazione finale racconta una bambina che apprende, che collabora e che raggiunge gli obiettivi previsti, allora perché durante l’anno è stata così spesso isolata dal gruppo classe?
Quello che mi lascia amareggiata è la sensazione che troppo spesso si sia parlato di gestione e troppo poco di educazione.
Una scuola non dovrebbe limitarsi a lavorare con i bambini facili. Una scuola dovrebbe essere preparata ad accogliere anche quelli che fanno più fatica. Quelli che si stancano prima. Quelli che hanno bisogno di strategie diverse. Quelli che vivono emozioni intense e che non sempre riescono a regolarle.
Perché è proprio lì che si misura la qualità di un percorso educativo. Non quando tutto funziona perfettamente, ma quando emerge una difficoltà.
In molti momenti ho avuto l’impressione che il comportamento di mia figlia venisse osservato più come un problema da contenere che come un bisogno da comprendere. E questo, da genitore, fa male.
Fa male vedere una bambina di sei anni identificata soprattutto attraverso i suoi momenti peggiori. Fa male leggere pagine e pagine di criticità senza trovare lo stesso spazio dedicato ai progressi, alle qualità, alle risorse che quella bambina possiede. Fa male percepire che l’obiettivo principale sia diventato mantenere l’ordine piuttosto che costruire inclusione.
Io non sto dicendo che mia figlia sia perfetta. So benissimo che ha delle difficoltà. So che può essere impulsiva, oppositiva, faticosa da seguire in alcuni momenti.
Ma proprio per questo mi sarei aspettata una scuola capace di trasformare quelle difficoltà in un percorso educativo, non semplicemente in un elenco di problemi.
Alla fine di questo anno scolastico mi porto dentro una grande delusione. Per la sensazione che una bambina sia stata spesso definita dai suoi comportamenti più difficili invece che accompagnata nella loro comprensione.
Eppure, nonostante tutta la fatica, mia figlia è arrivata alla fine di questo primo anno scolastico. Con le sue fragilità. Con la sua energia. Con il suo carattere. Con la sua immaginazione così unica e la sua dolcezza che fa dimenticare tutti i momenti difficili.
Credo che ciò di cui hanno bisogno i bambini sia di adulti capaci di leggerli, comprenderli, accoglierli. Adulti che possano aiutarli a crescere. Ed è questo che dovrebbe fare la scuola.
Ma è proprio questo che, purtroppo, quest’anno mi è mancato di più.
