Ci sono incontri che iniziano molto prima dell’orario segnato sul calendario. Cominciano nello stomaco, nei pensieri che si accumulano durante la giornata, nell’ansia con cui apri il computer sapendo già che sentirai parlare di tua figlia come di un problema.
Ieri c’è stato l’incontro online tra la scuola elementare e la Neuropsichiatria Infantile che segue mia figlia. Un incontro convocato dalla scuola per parlare del suo comportamento. Delle difficoltà che ha in classe, delle crisi, dell’aggressività, del fatto che spesso non riesca a stare seduta, che scappi dall’aula, che non segua le lezioni come gli altri bambini.
Tutte cose vere. Faticose. Che conosco bene.
Quello che mi ha lasciata perplessa durante l’incontro, però, è stato ascoltare una narrazione completamente diversa da quella che la scuola ci ha restituito per mesi.
Per tutto l’anno il registro elettronico è stato pieno di note negative. Ogni giorno c’era qualcosa che non andava: episodi di aggressività, comportamenti oppositivi, difficoltà nella gestione delle emozioni, momenti ingestibili. Una sequenza continua di problemi, raccontati senza quasi mai lasciare spazio a qualcosa di positivo. Come se mia figlia fosse soltanto la somma delle sue crisi peggiori.
Poi abbiamo avuto il GLO intermedio e lì, io e mio marito abbiamo espresso un disagio che ormai era diventato troppo grande per essere ignorato. Non era possibile ricevere solo feedback negativi. Non era possibile che nessuno riuscisse mai a vedere un progresso, uno spiraglio, una qualità.
Da quanto ci è stato riportato dalle insegnanti, e in particolare leggendo le loro note quotidiane, emerge che non siano riuscite a costruire un rapporto di collaborazione con nostra figlia e, soprattutto, a porsi come figure autorevoli di riferimento, lasciando spesso che fosse lei a determinare le dinamiche della giornata scolastica. Per questo motivo, in quella sede, abbiamo anche richiesto la non continuità della maestra di sostegno.
Miracolo miracolo: dal giorno successivo tutto è cambiato.
Le note sul registro hanno iniziato a raccontare una bambina diversa. Sono comparsi solo commenti positivi, osservazioni incoraggianti, successi quotidiani che fino a quel momento sembravano invisibili.
E ieri, durante l’incontro con la NPI, il quadro dipinto dalla scuola sembrava quello di un altra bambina: una bambina molto migliorata, non aggressiva, più capace di esprimere le emozioni, più consapevole nelle relazioni, persino attenta nella scelta delle amicizie, orientata verso compagni tranquilli invece che verso i bambini più problematici. Le fughe dalla classe sono cessate, segue le lezioni e legge persino brevi libri.
Anche la NPI non si è riconosciuta in quello che le maestre stavano dicendo, e pur apprezzando i progressi di mia figlia, si sono chiesti chi avesse richiesto quell’incontro e per quale motivo. È evidente che, se la scuola non aveva nessuna criticità da sollevare, quell’incontro avrebbe potuto essere evitato.
Avrei voluto essere felice del quadro positivo descritto dalle maestre, ma era evidente che qualcosa non tornava: o non erano sincere quelle parole, oppure non lo erano state tutte le criticità riportate nei mesi precedenti.
Sentire parlare bene di propria figlia, dopo mesi passati a leggere soltanto criticità, dovrebbe essere qualcosa che restituisce speranza e gioia. Però insieme alla gioia sentivo crescere un’altra sensazione, la sensazione che quella narrazione fosse artificiale e finta.
Non perché mia figlia non abbia fatto progressi. Li ha fatti, e sarebbe ingiusto negarlo. Ma perché il cambiamento improvviso nel modo in cui viene raccontata sembra troppo netto, troppo coincidente con il momento in cui noi genitori abbiamo iniziato a esprimere apertamente il nostro malessere.
E poi c’è un altro aspetto che continua a lasciarmi confusa.
Durante l’incontro è stato detto che da un punto di vista didattico “va molto bene”. Ma al termine della prima elementare mia figlia ancora non sa leggere. Fa fatica perfino a contare fino a venti senza perdersi. Gli apprendimenti sono fragili, lentissimi, pieni di difficoltà concrete che non spariscono solo perché il clima relazionale è migliorato.
Ed è qui che mi quasi mi vien da ridere. Perché non so più quale sia la versione vera. Non so se per mesi sia stata vista soltanto attraverso i suoi comportamenti più difficili o se adesso, al contrario, qualcuno stia cercando di addolcire la realtà. Forse, a fine anno, anche le docenti ne vogliono uscire avendo fatto un buon lavoro, e non soltanto essere state sconfitte da una bimba di 6 anni. E poi, mi chiedo quanto incida la nostra scelta di chiedere un cambio dell’insegnante di sostegno.
Come genitore di una bambina neurodivergente, mi sembra di vivere in un equilibrio precario tra giudizi durissimi e rassicurazioni poco credibili. Da una parte c’è chi vede solo i problemi. Dall’altra chi prova a rendere tutto più accettabile, forse per proteggersi, forse per alleggerire le tensioni, forse per evitare conflitti.
Ma quello di cui avrei davvero bisogno è qualcosa di molto più semplice e molto più raro: uno sguardo onesto.

Sono perplessa anch’io davanti a un cambiamento così drastico dopo l insensibilità e la mancanza di collaborazione dimostrata durante tutto l anno scolastico.?????????
Cara Sofia, anch’io faccio fatica a capire cambiamenti così drastici. Se per mesi sono mancati ascolto, collaborazione e sensibilità, è normale chiedersi cosa sia cambiato davvero. Forse il problema non è il cambiamento in sé, ma il fatto che arrivi solo quando ormai il danno è stato fatto.
Le parole contano, ma contano ancora di più la coerenza e i comportamenti nel tempo. La coerenza educativa si misura nei fatti quotidiani, non nei cambi di rotta improvvisi.