Quando passare da un’attività all’altra diventa difficile: strategie per aiutare i bambini

Bimba che urla con le braccia incrociate

Ci sono momenti della vita quotidiana che, guardati da fuori, sembrano così piccoli da non meritare quasi attenzione. Spegnere la televisione, interrompere un gioco, vestirsi, uscire di casa, lasciare un luogo per andare verso un altro. 

Sono passaggi che noi adulti compiamo continuamente, spesso senza rendercene conto, perché abbiamo imparato a muoverci dentro la nostra giornata dando per scontato che, quando una cosa finisce, semplicemente ne comincia un’altra.

Da quando sono diventata mamma però ho imparato che quel passaggio non è uguale per tutti e, soprattutto, ho capito che per mia figlia queste transizioni non sono semplici come lo sono per me.

Mia figlia ha una forte necessità di decidere quello che succede, una grossa difficoltà a sentirsi dire di no. Quello che non riesce a prevedere genera in lei un’ansia profonda. Vista dall’esterno, può sembrare che ogni suo rifiuto sia soltanto un capriccio. Ma, al di fuori della sua esperienza adottiva, che può alimentare la paura dell’abbandono e di ciò che non è prevedibile, dietro molte delle sue reazioni c’è una diagnosi di disregolazione emotiva. Questa rende difficile per lei gestire e modulare le emozioni, portandola a reagire in modo molto intenso di fronte a situazioni che per gli altri possono sembrare semplici o di poca importanza.

Noi adulti viviamo le transizioni con facilità e leggerezza. Diciamo frasi come “è ora di andare”, “spegni a TV”, “è ora di vestirti”, “tra poco usciamo”, come se fossero richieste semplici, quasi neutre. E in effetti, per noi, spesso lo sono. 

Ma per mia figlia quelle stesse frasi possono avere un peso completamente diverso. Per lei, infatti, non significano semplicemente smettere di fare una cosa e iniziarne un’altra. Significano interrompere qualcosa che le stava dando sicurezza, cambiare il proprio stato mentale, lasciare andare ciò che stava facendo e affrontare quello che viene dopo, a volte senza sapere esattamente che cosa succederà. Ed è proprio questa imprevedibilità che può rendere un passaggio apparentemente semplice molto più difficile da affrontare.

A volte penso che noi adulti siamo molto più allenati ai cambiamenti di quanto ci rendiamo conto, forse perché possediamo tutti gli strumenti necessari per prepararci con anticipo. Sappiamo leggere un orario, immaginare cosa ci aspetta, fare domande, organizzarci. Un bambino non sempre ha questa possibilità, e quando quel bambino vive anche una difficoltà nella regolazione emotiva o una forte sensibilità alle richieste, un cambiamento apparentemente piccolo può diventare molto più grande di quello che noi riusciamo a vedere.

Forse è proprio da qui che ho iniziato a cambiare il mio modo di guardare alle transizioni.

Ho capito che, prima di chiedere a mia figlia di cambiare attività, devo aiutarla a prepararsi a quel cambiamento. Non posso aspettarmi che passi immediatamente dal gioco alla cena, dalla televisione al lavarsi i denti o da un’attività che ama a qualcosa che non ha scelto, semplicemente perché per me è arrivato il momento di farlo.

Questo non significa che un bambino debba poter decidere sempre che cosa fare, o che ogni richiesta debba essere evitata per paura di una possibile reazione. Ci sono momenti in cui una cosa deve semplicemente essere fatta. Ma il modo in cui arriviamo a quel momento può fare una grande differenza.

Quando possibile, cerco di anticipare ciò che succederà. Non mi limito a dirle “tra poco spegni la televisione”, ma provo a darle un riferimento più concreto: “quando finisce questo episodio, spegniamo la televisione”. Oppure: “quando la lancetta arriva sul 5 iniziamo a prepararci”.

Naturalmente non sempre tutto funziona. E a volte, per fretta o stanchezza, anche io sbaglio approccio.

Ho imparato che non esiste una tecnica capace di funzionare sempre e con ogni bambino. Le strategie possono aiutare, ma devono essere adattate al bambino, alla situazione e anche al momento che sta vivendo.

Ci sono giorni in cui mia figlia riesce ad accettare un cambiamento con relativa facilità e altri in cui anche il passaggio più piccolo sembra impossibile. Quando è stanca, sovraccarica o ha già dovuto affrontare molte richieste, le sue risorse sono più limitate e quello che in un altro momento sarebbe riuscita a gestire può diventare improvvisamente troppo difficile.

A volte utilizzo con lei un timer visuale , soprattutto quando è difficile per lei interrompere un’attività che le piace. In questo modo non sono soltanto io a stabilire che il tempo è finito e che qualcosa deve interrompersi. Il timer diventa un riferimento esterno, qualcosa che può aiutarla a sapere in anticipo che cosa succederà.

Un altro strumento che trovo utile è rendere più chiaro ciò che succederà dopo.

Per mia figlia che vive con difficoltà l’imprevedibilità, sapere che cosa la aspetta dopo può rendere una transizione meno minacciosa. Prima ci vestiamo, poi facciamo colazione. Prima finiamo questo gioco, poi andiamo a cena. Prima usciamo dal supermercato, poi andiamo a casa. 

A volte possono essere sufficienti poche parole. Altre volte utilizzo immagini e creo una tabella visuale delle attività ed impegni della giornata. L’obiettivo è rendere più comprensibile ciò che altrimenti potrebbe sembrare improvviso e poco concreto.

Anche offrire piccole possibilità di scelta può aiutare, soprattutto con mia figlia che ha una forte necessità di decidere e scegliere. Magari le lascio scegliere l’outfit della giornata, oppure come pettinarsi, o magari se vestirsi prima o dopo la colazione. 

La scelta non elimina la richiesta, ma può restituirle una piccola sensazione di controllo. E per una bambina come mia figlia che vive molto male il sentirsi dire di no o il non poter decidere ciò che accade, quella piccola possibilità può avere un valore importante ed aiutarla ad autoregolare le sue emozioni.

Ho imparato anche a considerare il tempo necessario per passare da un’attività ad un altra. 

Quando un bambino è profondamente coinvolto in un gioco, in un’attività o anche semplicemente in un momento che gli sta dando sicurezza, interrompere non significa soltanto smettere. Significa lasciare un territorio conosciuto e sicuro e dare spazio a qualcosa di nuovo e ancora da scoprire.

Un bambino che ha bisogno di qualche minuto in più non sta necessariamente facendo i capricci o cercando di perdere tempo. Potrebbe semplicemente aver bisogno di più tempo per cambiare stato mentale. Per questo cerco, quando posso, di non pretendere che ogni passaggio sia immediato. 

Naturalmente non sempre abbiamo tutto il tempo che vorremmo. Ci sono mattine in cui dobbiamo uscire, appuntamenti da rispettare, orari da seguire. La vita quotidiana non può fermarsi ogni volta che una transizione diventa difficile. Ma a volte qualche minuto di preparazione in più può evitare lunghe discussioni che richiedono tempo dopo per essere risolte.

E poi ci sono le transizioni che non possono essere preparate. Quelle che arrivano all’improvviso. Un programma che cambia, un’attività cancellata, un imprevisto, una persona che non c’è, un luogo diverso da quello previsto. Sono forse i momenti più difficili per mia figlia, perché non c’è il tempo di prepararsi e il cambiamento arriva senza che lei abbia potuto costruirsi una previsione di ciò che sarebbe successo.

In questi casi, spesso, la cosa più importante non è trovare subito la soluzione perfetta o convincerla rapidamente ad accettare ciò che è cambiato. È prima di tutto riconoscere la sua difficoltà.

Dire frasi come “lo so che non era quello che ti aspettavi” oppure “è cambiato tutto e capisco che per te sia difficile” significa farle sapere che quello che sta vivendo è stato visto e compreso.

E spesso per mia figlia sentirsi compresa è già il primo passo per riuscire, lentamente, ad affrontare il cambiamento. Accompagnare un bambino nelle transizioni non significa rendere ogni passaggio facile. Non significa evitare ogni frustrazione o fare in modo che tutto vada sempre come vorrebbe. Significa costruire, quando possibile, un ponte tra ciò che sta finendo e ciò che deve ancora iniziare.

Un ponte fatto di anticipazioni, parole, immagini, routine, timer e piccole possibilità di scelta. Ma anche di tempo, pazienza e comprensione.

E soprattutto significa ricordarsi che, dietro un “no”, non sempre c’è la volontà di opporsi. Spesso c’è un bambino che non è ancora pronto, che ha paura di ciò che non conosce, che non riesce ancora a lasciare ciò che gli stava dando sicurezza.

E a volte c’è semplicemente un bambino che ha bisogno di un adulto che lo aiuti ad attraversare il cambiamento. Perché accompagnare un bambino nelle transizioni non significa impedirgli di avere paura, ma restargli accanto abbastanza a lungo da permettergli di scoprire che, dall’altra parte del cambiamento, può esserci ancora un posto sicuro.

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Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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