Ci sono giorni in cui mi chiedo se esista un momento preciso in cui si smette di cercare di correggere i propri figli.
Mio figlio ha dodici anni. È straordinariamente intelligente, curioso, pieno di interessi. Legge più di molti adulti che conosco, ed ha una vera ossessione per le costruzioni Lego.
Ama stare da solo. Non gli interessano particolarmente gli sport, le compagnie numerose, le feste o incontrarsi con gli amici. Lui vive volentieri immerso nel suo mondo interiore.
E poi c’è il lato più fragile di mio figlio. Quello che si abbuffa di dolci di nascosto, che in passato ha preso soldi dal mio portafoglio, che apre i miei cassetti e usa le mie cose senza chiedere il permesso. Ieri, per esempio, ha trovato una latta di colore in garage e ha dipinto l’interno del suo armadio senza dire nulla a nessuno e senza nessuna ragione apparente.
Ogni volta mi arrabbio. Ogni volta spiego, discuto, rimprovero, cerco di capire. E ogni volta mi ritrovo a chiedermi la stessa domanda.
Quando è giusto smettere?
Non smettere di interessarsi. Non smettere di amare. Non smettere di educare ed insegnare. Ma smettere di pensare che ogni comportamento debba essere corretto. Smettere di vivere nell’attesa che finalmente capisca. Smettere di misurare ogni giornata in base a ciò che ha fatto di sbagliato.
C’è una frase attribuita a Maria Montessori che mi torna spesso in mente: “il più grande segno di successo per un insegnante è poter dire: i bambini lavorano come se io non esistessi.”
Forse vale anche per chi cresce un figlio. A un certo punto bisogna tollerare l’idea che la vita dell’altro non sia un nostro progetto.
La pedagogia contemporanea parla spesso di accompagnamento, anziché di modellamento. Non plasmare una persona secondo una nostra immagine ideale, ma aiutarla a diventare sé stessa.
Detto così sembra bellissimo. Poi però ci si trova davanti ad un armadio dipinto di nascosto e il concetto diventa immediatamente più complicato.
Perché ogni comportamento ha una conseguenza. Esistono limiti necessari. Esiste il rispetto degli altri. Ma esiste anche il rischio di trasformare ogni deviazione dalle nostre aspettative in un problema da risolvere.
Mio figlio sta attraversando un’età in cui i ragazzi cercano di capire chi sono. Nel suo caso ci sono anche le domande legate all’adozione, alle origini, all’identità. Questioni enormi per chiunque, figuriamoci a dodici anni!
Forse molti dei comportamenti che vedo sono tentativi disordinati di affermare il proprio io, di trovare una sua identità. E questo è assolutamente lecito e comune durante la preadolescenza e l’adolescenza.
Sono però tentativi che spesso mi fanno perdere la pazienza. Tentativi che a volte mi fanno pensare che mio figlio non stia ascoltando nulla di quello che gli dico. Tentativi che ai miei occhi sembrano ingiustificati ed inutili.
E così spesso torno a chiedermi: quando è giusto continuare ad intervenire, e quando invece è più saggio fare un passo indietro?
Vorrei avere una risposta, vorrei sapere com’è giusto comportarsi, ma la verità è che non lo so. So soltanto che mi sento stanca, scoraggiata ed esausta. E questa stanchezza si fa più pesante quando ogni interazione con mio figlio diventa una correzione, quando finisco per giudicarlo quasi esclusivamente attraverso i suoi errori.
Forse il problema non è smettere di giudicare. Forse è scegliere con più attenzione cosa merita davvero di essere giudicato.
Non tutto richiede una battaglia. Non tutto richiede una lezione. Non tutto richiede un cambiamento immediato. Alcune dinamiche richiedono tempo. Altre esperienza. Altre ancora semplicemente maturazione.
Una delle sfide più difficili per me è accettare che esistono percorsi che non possono essere accelerati, per quanto lo desidero.
Ed è proprio per questo che non credo che il punto sia arrivare a dire a mio figlio di fare quello che vuole. Credo invece che il punto sia imparare a dire con serenità: “Le tue scelte appartengono a te, così come le loro conseguenze. Non posso vivere al tuo posto, né evitarti di fare errori.”
E è questa una delle contraddizione dell’essere genitori. Sapere che i figli hanno bisogno di libertà e, nello stesso tempo, soffrire ogni volta che quella libertà li porta in una direzione diversa da quella che avremmo scelto per loro.
Non so quando sia il momento giusto per smettere di correggere mio figlio. Quello che so è che sto cercando di imparare qualcosa che mi costa moltissimo: fidarmi di lui più di quanto io riesca a fidarmi delle mie paure.
