Ogni anno l’estate arriva come una promessa di leggerezza, svago e buonumore. Niente scuola, niente sveglie, niente verifiche. E per noi adulti, spesso, questo si traduce subito in una domanda pratica: come riuscirò a tenere impegnato mio figlio adesso?
Mio figlio ha 12 anni. Non vuole andare ai campi estivi, né al CRE o all’oratorio. Non ha voglia di invitare amici a casa. Spesso lo trovo in camera sua, immerso in qualche libro. Un lupetto solitario.
Quello che colpisce, però, non è tanto il cosa fa, ma il cosa non fa.
Durante l’anno scolastico la vita è piena di routine imposte: orari, impegni, compiti, studio, richieste sociali. Un ritmo costante che organizza tutto. E forse proprio per questo, quando quel sistema si allenta, l’estate può diventare qualcosa di molto diverso da una semplice vacanza.
Può diventare vuoto. E quel vuoto, a noi adulti, spesso spaventa.
Viviamo in una cultura in cui il tempo deve essere riempito. Se non ci sono attività, nasce subito la sensazione che qualcosa non vada bene, che ci sia un problema. Un ragazzo come mio figlio che non partecipa a nulla, che non socializza abbastanza, che non pratica sport e non è abbastanza proattivo, rischia facilmente di essere interpretato come pigro, isolato, poco socievole.
Ma non sono sicura che sia sempre così.
A 12 anni si è in una fase delicata della crescita: non più bambino, non ancora adolescente, e ancora alla ricerca del proprio modo di stare con gli altri. E soprattutto arriva da mesi di sovrastimolazione imposta, fatta di richieste costanti.
L’estate, in questo senso, può essere anche una forma di decompressione.
La noia, quella vera, non è sempre un problema da risolvere. A volte è uno spazio mentale che si riapre quando tutto il resto si spegne.
È nel vuoto che può tornare la curiosità. È nel silenzio che può emergere l’immaginazione. È nell’assenza di stimoli continui che il sistema nervoso si scarica.
Un adolescente che passa molto tempo apparentemente senza fare nulla potrebbe non essere fermo: potrebbe essere impegnato a riorganizzare dentro di sé il rumore dell’anno appena passato.
Detto questo, lasciare spazio alla noia non significa abbandonare ogni forma di relazione o struttura. Il rischio, oggi, non è solo quello di essere troppo pieni, ma anche quello di chiudersi in spazi troppo isolati, o esclusivamente digitali.
La domanda, forse, non è se mio figlio durante l’estate deve fare qualcosa, ma che tipo di vuoto sta vivendo. È un vuoto fertile, che apre? O un vuoto che isola?
Credo che il mio ruolo di genitore non sia quello di riempire l’estate dei miei figli, ma di proporre, senza imporre. Osservare, senza interpretare troppo in fretta. Accettare che una parte della crescita passi anche attraverso momenti poco visibili, poco produttivi, poco raccontabili.
In fondo, l’estate di un dodicenne che non fa niente non è una sottrazione, ma una pausa necessaria. E come ogni pausa vera, può sembrare vuota solo da fuori.
