Oggi ospite: Perla Sassi, adottata e autrice del libro “Le mie due madri”

Copertina del libro di Perla Sassi

A volte i social fanno nascere incontri inaspettati, e conoscere piccoli tesori. È proprio così che ho conosciuto Perla Sassi: incuriosita da alcuni estratti del suo libro Le mie due madri, sono rimasta colpita dalla delicatezza e dalla forza delle sue parole.

Perla Sassi è l’autrice del libro autobiografico Le mie due madri, in cui racconta una storia personale legata al tema dell’adozione.

Il suo percorso diventa il punto di partenza per esplorare questioni profonde come l’identità, i legami familiari e il senso di appartenenza.

Attraverso una narrazione intima e sincera, l’autrice dà spazio a emozioni universali che parlano a chiunque abbia vissuto o si sia interrogato su cosa significhi davvero il termine famiglia.

Man mano che leggevo, quelle frasi estratte dal suo libro hanno acceso in me una forte curiosità, spingendomi ad approfondire la sua storia e il suo percorso. Dietro quei contenuti ho scoperto una persona estremamente disponibile, dolce e sensibile.

Sono molto felice di ospitare Perla Sassi su questo blog e di aver avuto l’opportunità di intervistarla, dando spazio alla sua storia e alle sue parole direttamente dalla sua voce.

Molte persone parlano dell’adozione attraverso stereotipi o preconcetti. Qual è il pregiudizio che vorresti eliminare?

Il pregiudizio che mi sta più a cuore scardinare è l’idea, purtroppo ancora molto radicata, che ogni singola fragilità, ribellione o difficoltà di un figlio debba essere per forza ricondotta al suo essere adottato.

A volte si tende a guardare la vita dei ragazzi adottivi attraverso una lente d’ingrandimento rigida, dimenticando che crescere è un percorso complesso per qualunque essere umano. L’adolescenza, le insicurezze, le sfide emotive fanno parte del viaggio di ogni figlio. Ognuno di noi, a prescindere da come sia venuto al mondo, ha i propri nodi personali da sciogliere e le proprie tappe di crescita da affrontare.

Mi piacerebbe che si guardasse a queste difficoltà non come a un ‘marchio dell’adozione’, ma semplicemente come a tappe naturali della vita, che richiedono ascolto, amore e accoglienza, esattamente come per qualsiasi altro percorso familiare.

Nel tuo percorso personale, quanto è stato importante il tema dell’identità e della ricerca delle proprie radici?

Il tema delle radici è stato un viaggio lungo e profondamente intimo. Per molti anni, rispondere alla domanda ‘Quali sono le tue origini?’ ha portato con sé un senso di smarrimento. Io ho origini meridionali ma, quando ero più giovane, per proteggere la mia storia ed evitare di dover raccontare frammenti così privati a degli estranei, accorciavo le distanze dicendo semplicemente che ero piemontese.

Per me, che ho sempre considerato la sincerità e la ricerca della verità come valori cardine, quel dover ‘tagliare corto’ creava una spaccatura interiore. Mi faceva male, ad esempio, sentire dei pregiudizi su Napoli e sui napoletani, sapendo che la mia madre biologica proveniva proprio da quel mare e da quella terra così viscerale.

Il tema delle radici per me non è stato solo importante, è stato un compagno di viaggio silenzioso e costante che ha attraversato tutta la mia giovinezza. Era quasi un pensiero fisso, un richiamo continuo. Mi capitava spesso, magari durante una lezione all’università o ascoltando qualcuno che parlava della propria famiglia, di sentire la mente volare altrove, verso la mia storia d’origine. E così, quasi senza accorgermene, tra un appunto e l’altro sul quaderno, mi ritrovavo a scarabocchiare il mio cognome di nascita, a provare e riprovare la firma per vedere che effetto faceva, come sarebbe stata la mia vita se avessi conservato quel nome. Come racconto nel libro, d’altronde, ho sempre amato scrivere, perdermi tra le lettere e i piccoli disegni che la penna tracciava sui fogli a quadretti. Era il mio modo segreto di cercarmi.

È proprio per sanare questa ferita e per aiutare le altre persone che hanno il mio trascorso a dare un nome a queste emozioni che è nata Le mie due madri, il libro che ho scritto per spiegare l’adozione con la massima delicatezza.

Oggi posso dire che quel quaderno di appunti si è trasformato in un libro vero, e quella spaccatura è diventata un ponte d’amore.

Nel titolo del tuo libro “Le mie due madri” c’è una forte carica emotiva: quando hai sentito che la tua esperienza doveva diventare un libro?

La scintilla è scattata quando sono diventata madre a mia volta. La maternità mi ha costretta a rallentare, a fermarmi rispetto ai ritmi frenetici a cui questa società ci abitua.

In quel silenzio nuovo, mi sono ritrovata a osservare il miracolo dei miei figli che mi cercavano nel cuore della notte, che dipendevano interamente da me. 

Guardare la vita che prendeva forma davanti ai miei occhi, giorno dopo giorno, ha inevitabilmente acceso una luce profonda sulla mia storia di figlia e sui legami con le mie due madri: quella biologica, che mi ha donato la vita, e quella adottiva, che mi ha cresciuta.

Sentivo il bisogno di fermare quelle emozioni. Scrivere questo libro è stata l’occasione per rielaborare il mio passato, un vissuto che a volte è stato difficile da decifrare e da accogliere. Forse alcune cose non si possono accettare al cento per cento, ed è umano che sia così, ma la scrittura mi ha permesso per lo meno di comprenderle, di guardarle con occhi nuovi e più maturi.

Quando il libro è stato finalmente pubblicato, ho avvertito un immenso senso di alleggerimento. È stato come posare a terra un bagaglio pesante e respirare, finalmente, con una meravigliosa sensazione di libertà.

Scrivere una storia così intima richiede molto coraggio. Hai avuto momenti in cui hai pensato di fermarti o di non pubblicarlo?

Sì, ci sono stati momenti in cui mi sono sentita profondamente persa.

Riorganizzare i fili del mio passato, cercare di dare un senso e un ordine a esperienze così intense e alle emozioni che le hanno accompagnate, non è stato semplice. Spesso, nel fare questo viaggio a ritroso, sono tornata a respirare quel senso di smarrimento e di solitudine che avevo provato da ragazza; rimettersi in ascolto di quel dolore, accarezzarlo di nuovo per poterlo raccontare, è stato un cammino emotivamente molto forte, a tratti faticoso.

C’è stata una vera e propria sfida interiore. Eppure, nonostante la fatica, sentivo dentro di me una spinta gentile ma irremovibile, un’urgenza profonda: quella di donare una voce alla mia verità. Sapevo che mettere nero su bianco la mia storia non significava solo curare le mie ferite, ma significava anche tendere la mano a chi, forse, oggi si sente solo e smarrito proprio come mi sentivo io allora.

Scrivere di adozione significa spesso confrontarsi con memoria, identità e appartenenza. Qual è stata la parte della tua storia più difficile da mettere nero su bianco?

Senza dubbio la parte più complessa è stata riuscire a mettere a nudo il groviglio di emozioni che un figlio adottivo si porta dentro.

È stato difficile ammettere sulla carta la fatica di far convivere, nello stesso cuore, l’amore e la gratitudine immensa per la famiglia adottiva che ti cresce ogni giorno, e quel senso di nostalgia spontaneo, quasi ancestrale, per le proprie origini biologiche.

Spesso si pensa che un sentimento escluda l’altro, ma non è così. Per un figlio, sentirsi diviso tra queste due realtà può creare un profondo smarrimento. C’è un’evidenza intima con cui ho dovuto imparare a convivere: il bisogno di fare pace con il fatto che la mia vita sia iniziata in un luogo, ma sia fiorita in un altro.

Credo che la sfida più grande, per chi scrive di adozione, sia proprio questa: riuscire a spiegare che riconoscere la sacralità della prima radice biologica non toglie assolutamente nulla all’amore immenso e al valore della famiglia adottiva.

Anzi, è proprio l’amore della famiglia adottiva che spesso dà al figlio la forza di guardare indietro senza paura.

Dopo aver scritto e pubblicato questo libro, senti di aver trovato delle risposte o hai scoperto nuove domande su chi sei?

Sì, oggi mi sento avvolta da una profonda sensazione di leggerezza e di pace.

Tutto ciò che per anni è rimasto custodito nel silenzio del mio cuore ha finalmente trovato una voce attraverso le pagine: adesso quella storia non appartiene più soltanto a me, ma si è trasformata in un dono che spero possa accarezzare la vita di chiunque lo legga.

Scrivere questo libro è stato un cammino di guarigione che mi ha permesso di fare chiarezza e di guardare al mio passato con una luce nuova, molto più serena. Ma la risposta più bella che ho trovato, alla fine di questo viaggio, è la consapevolezza di non aver scritto solo per me stessa.

Il mio desiderio più profondo, oggi, è che questo libro possa diventare un piccolo faro e un aiuto concreto per i genitori adottivi.

Spero con tutto il cuore che leggere la mia storia dall’interno, con tutte le sue fragilità e le sue rinascite, possa aiutarli a comprendere ancora meglio i silenzi, i bisogni e i pensieri dei loro figli, stringendo ancora di più quel meraviglioso nodo d’amore che li unisce.


Grazie Perla Sassi per questa sincera testimonianza.

Puoi acquistare il libro Le mie due madri su Amazon, e seguire Perla Sassi su Facebook.

Categorie: Ospiti
Guia

Scritta da:Guia Tutti gli articoli dell'autore

Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono indicati con un *