Adozione e paura dell’abbandono: quello che si nasconde dietro la rabbia dei bambini

Ragazzo che getta lo zaino a terra arrabbiato

Qualche pomeriggio fa mio figlio di 12 anni è tornato da scuola nervoso. Gli ho chiesto cosa fosse successo e quello che ho ottenuto è stata una risposta detta con astio, la porta sbattuta forte, lo zaino buttato a terra. Poi quel silenzio teso che riempie tutta la casa più di qualsiasi frase urlata a squarciagola.

Io sentivo la pazienza scivolare via. Stavo per partire con una delle mie frasi automatiche: “Adesso basta, non puoi comportarti così.”

Poi però mi sono fermata. Anche se si era comportato male nei miei confronti, era chiaro fosse arrabbiato per qualcos’altro, non con me. E chiaro che dietro quell’arrabbiatura si nascondesse qualcos’altro.

In quel momento non ho visto un ragazzino maleducato. Non ho visto provocazione. Non ho visto sfida. Ho visto la paura dietro la rabbia. Una paura difficile da spiegare a chi non vive l’adozione da vicino. 

Perché a volte i bambini, soprattutto quelli adottati, mettono in atto meccanismi di difesa che finiscono per fare male anche a loro stessi: ti spingono via proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di essere stretti vicino.

Come se preferissero allontanarti loro, prima di rischiare di essere lasciati ancora. Come se dovessero proteggersi continuamente da tutto e da tutti, perfino da noi genitori.

E così, senza nemmeno rendersene conto, cercano continuamente conferme. Vogliono capire se restiamo anche quando sbagliano, quando si comportano male, quando urlano o ci dicono parole che fanno male.

Come se, in fondo, stessero sempre facendo la stessa domanda: “Mi vuoi bene lo stesso?

Non lo chiedono con le parole. Lo chiedono nei comportamenti. Nelle crisi improvvise. Nella rabbia. Nel bisogno di controllo. Nel voler decidere tutto. Oppure nel contrario: nel diventare invisibili.

Perché ogni bambino trova il suo modo per sopravvivere alle ferite.

La mia bambina di 6 anni, per esempio, è l’opposto di suo fratello. Lei riempie il mondo di parole. Canta continuamente. Inventa storie. Fa domande senza fine. Parla anche quando non sa bene cosa dire. Vuole mostrarmi ogni disegno, ogni salto, condividere ogni pensiero che le passa per la testa. Chiede abbracci e baci continuamente. E più mi vede distratta o presa da altro, più cerca il contatto, la mia attenzione, la mia presenza.

E confesso che certe giornate mi sento sopraffatta, stanca, esausta. A volte quel contatto diventa troppo da gestire.

Perché essere presenti davvero richiede un’energia enorme. Non basta essere nella stessa stanza. Non basta sorridere e rispondere “brava”. Non basta ascoltare a metà mentre si fa altro.

Mia figlia ha bisogno di sentirsi vista. Confermata. Rassicurata. Scelta. Ancora e ancora e ancora.

Molte persone non immaginano quanto l’adozione continui a vivere nelle piccole cose quotidiane. La quotidianità dell’adozione non è fatta di grandi temi o di racconti difficili. Vive nei gesti normali, nei distacchi e nei ritorni, nelle piccole routine di ogni giorno. Banalità che in altre famiglie passano inosservate, per una famiglia adottiva possono diventare motivo di instabilità e dubbio.

A volte basta un ci penso dopo. A volte basta un cambio di programma. Un imprevisto. Il solito parcheggio occupato. Il gelato terminato. Oppure sentirsi esclusi da una conversazione anche solo per pochi attimi.

E così ho imparato che dietro certi comportamenti non c’è manipolazione. C’è paura. Una paura profonda, radicata, che ogni tanto riaffiora anche quando l’amore c’è, è stabile ed è reale. 

E allora, ogni giorno, provo a fare la cosa più importante: dimostrare il mio amore. Con pazienza, con comprensione, anche quando è difficile. Anche quando urlano, si chiudono in silenzi che fanno male o sembrano respingermi. 

Cerco di mostrare ai miei figli, nei piccoli gesti quotidiani, che il mio amore non dipende dai loro comportamenti, dai giorni storti o dalle loro fragilità. Che non devono meritarselo. Che può tremare tutto intorno, ma il mio amore per loro rimane forte e stabile.

Vorrei poter dire che è tutto facile, che non sbaglio mai. Ma non è così. Ci sono giorni in cui mi sento troppo stanca, impotente, persino inadeguata. Giorni in cui sbaglio tono, perdo la pazienza o non riesco a trovare subito la chiave giusta per arrivare ai miei figli.

Ma poi penso che l’adozione non chiede genitori perfetti. Chiede adulti capaci di restare. Di esserci anche nei momenti complicati. Di continuare a costruire fiducia, un giorno alla volta.

Credo che sia proprio questo il significato più profondo dell’amore: non quello che non vacilla mai, ma quello che, anche dopo le fatiche, sceglie ancora di rimanere.

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Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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