Ho due figli, di età diverse, con due percorsi scolastici che oggi sembrano viaggiare in direzioni opposte. E io mi ritrovo un po’ spiazzata, nel mezzo, a cercare di capire quando è il momento di insistere, quando invece è necessario cambiare strada e, soprattutto, come accompagnarli senza perdere di vista ciò di cui hanno davvero bisogno.
Perché, se c’è una cosa che sto imparando attraverso le loro esperienze, è che non esistono risposte valide per tutti e che, a volte, bisogna avere il coraggio di mettere in discussione anche ciò che sembra scontato.
Una di queste cose è la continuità didattica. Soprattutto quando si parla di bambini con disabilità, viene giustamente considerata importante. Avere accanto un insegnante che conosce il bambino, le sue difficoltà, i suoi tempi e le sue modalità di comunicazione può fare davvero la differenza. Ma cosa succede quando, nonostante tutto, quella continuità non funziona? Quando, nonostante il tempo e i tentativi, il rapporto non decolla, le strategie non portano risultati e la scuola diventa un luogo di fatica anziché di crescita?
Forse, qualche volta, la scelta migliore è proprio quella di cambiare strada: chiedere la non continuità del sostegno, cambiare insegnanti e provare a ricostruire un rapporto e un percorso diversi.
È quello che abbiamo deciso di fare durante il GLO finale dello scorso anno scolastico, chiedendo un cambio di insegnante di sostegno e un nuovo team di educatori per nostra figlia.
Non è stata una richiesta accolta con particolare entusiasmo. La nostra posizione non è stata vista di buon occhio e ci è stato persino chiesto di rivalutarla. Ma arrivavamo da un anno estremamente difficile, durante il quale avevamo cercato a lungo un equilibrio che, purtroppo, non è mai arrivato. Abbiamo ascoltato le osservazioni del GLO, ci siamo confrontati, ma alla fine siamo rimasti fermi sulla nostra scelta. Non per principio, né per contrapposizione con la scuola, ma perché sentivamo che nostra figlia aveva bisogno di qualcosa di diverso.
La prima elementare, per lei, è stata un’esperienza che definirei tragica. Un anno di tensioni, incomprensioni e tanta fatica. La scuola, che avrebbe dovuto accoglierla e accompagnarla nel suo percorso di crescita, era diventata una fonte di preoccupazione per tutti. Non sapevamo se cambiare insegnanti avrebbe davvero fatto la differenza, ma sapevamo che continuare così non era più un’opzione.
E così, quest’anno, siamo ripartiti con insegnanti e figure educative nuove. Oggi, guardando a come stanno andando le cose, sono contenta di aver avuto il coraggio di insistere sulla nostra scelta. Logicamente non sapevo cosa aspettarmi. Cambiare non significa necessariamente migliorare, e non avevo alcuna garanzia che le cose sarebbero andate meglio.
Eppure, oggi, qualcosa sembra davvero cambiato. Mia figlia è più serena, o almeno così la vedo io. Ha voglia di andare a scuola, racconta, affronta le giornate con uno spirito diverso. Le maestre mi sembrano positive, coinvolte, entusiaste. Stanno cercando di conoscerla, di capire i suoi bisogni e di trovare insieme le strategie più adatte per accompagnarla.
Naturalmente non è tutto semplice. Ci sono ancora episodi aggressivi, momenti di disregolazione e giornate complicate. Non è che, cambiando insegnanti, le difficoltà siano sparite. Ma finalmente vedo la volontà di costruire qualcosa, di lavorare insieme e di non fermarsi davanti ai comportamenti più difficili. Anche il PEI sta diventando parte importante di questo percorso. Non soltanto un documento da compilare e firmare, ma uno strumento concreto per individuare obiettivi, strategie e modalità di supporto. Un progetto da costruire, verificare e adattare ai bisogni reali di mia figlia.
Per mia figlia, forse è proprio questo che mancava: la sensazione di avere finalmente una direzione comune.
Poi c’è mio figlio, che frequenta la seconda media e che in questo momento non è esattamente una passeggiata. Gli ormoni sono in subbuglio, la voglia di studiare è praticamente scomparsa e la scuola sembra essere diventata una delle ultime cose a cui è interessato. Sta cercando di capire chi è, di trovare il suo spazio, di affermare la propria personalità e di far sentire la sua presenza. Come succede spesso a questa età, tutto questo passa anche attraverso la contestazione, la poca voglia di collaborare e una certa insofferenza verso le richieste degli adulti.
Non è un ragazzo privo di capacità o curiosità. Anzi, parlando con la sua psicologa sono emersi alcuni interrogativi sul suo funzionamento: si è chiesta se potesse esserci una plusdotazione oppure un ADHD di tipo prevalentemente inattentivo. Non abbiamo risposte definitive, ma sono ipotesi che mi hanno portata a guardarlo anche da una prospettiva diversa, chiedendomi se quello che a scuola viene interpretato come disinteresse o poca voglia di impegnarsi non possa avere anche altre spiegazioni.
Certo, l’a preadolescenza è un periodo complicato, e forse noi adulti a volte ce ne dimentichiamo. Ci sono i cambiamenti del corpo, gli ormoni, le emozioni, la confusione su chi si è e su chi si vorrebbe diventare. C’è il bisogno di sentirsi grandi, di prendere le distanze dai genitori, di affermare le proprie idee e di trovare il proprio posto nel mondo. E in tutto questo è abbastanza normale che la scuola non sia esattamente in cima alle sue priorità.
Ma per mio figlio c’è anche un’altra dimensione, quella adottiva, che non può essere ignorata. Crescere significa anche fare i conti con la propria storia, con le proprie origini e con le domande che inevitabilmente accompagnano un percorso adottivo. Domande che magari per anni restano sullo sfondo e che, proprio durante la preadolescenza, possono riaffiorare con una forza diversa. La ricerca della propria identità, così centrale a questa età, può avere per un ragazzo adottato sfumature e complessità in più. Ci sono appartenenze da comprendere, pezzi della propria storia da ricomporre e sentimenti non sempre facili da riconoscere o da raccontare. Non significa che ogni difficoltà o ogni comportamento dipenda dall’adozione, ma significa sapere che anche questa parte della sua storia contribuisce a costruire la persona che sta diventando.
Intanto arrivano note, richiami e osservazioni degli insegnanti. Le aspettative scolastiche sembrano spesso andare più veloci di lui. E io mi ritrovo a fare i conti con una realtà che probabilmente molti genitori di ragazzi preadolescenti conoscono: vorrei che si impegnasse, che studiasse e che capisse l’importanza delle sue responsabilità, ma allo stesso tempo mi rendo conto che in questo momento ci sono tante altre cose che occupano la sua testa.
Non significa giustificare tutto, né pensare che la scuola debba rinunciare a chiedere impegno. Significa provare a distinguere tra quello che un ragazzo non vuole fare e quello che, in un determinato momento della sua crescita, fatica davvero a sostenere. E ricordarsi che dietro un alunno apparentemente poco interessato alla scuola c’è un ragazzo che sta attraversando una fase importante della sua vita e che ha bisogno di essere accompagnato, non soltanto corretto.
Due figli, due scuole, due situazioni completamente diverse. E io, nel mezzo, a cercare ogni giorno di capire quale sia il modo migliore per accompagnarli.
Con mia figlia ho imparato che, qualche volta, bisogna avere il coraggio di cambiare strada e ricominciare da capo. Con mio figlio sto imparando che ci sono momenti in cui bisogna rallentare, rispettare i tempi e accettare che le aspettative degli adulti non coincidono con ciò che un ragazzo riesce ad affrontare.
Due esperienze diverse, ma lo stesso desiderio: trovare, per ciascuno di loro, il modo giusto per essere mamma.
