Ci sono aspettative che noi genitori diamo per scontate. Non quelle grandi, tipo “mio figlio diventerà un ingegnere” o “mia figlia sarà popolare crescendo”. Parlo di aspettative molto più semplici, quotidiane. Quelle che, quando diventiamo genitori, ci sembrano quasi scontate.
Io, per esempio, mi aspetto che i miei figli non mi dicano bugie. Mi aspetto che sappiano dirmi la verità anche quando hanno combinato qualche disastro o fatto qualcosa che sanno essere sbagliato. Che possano sedersi vicino a me raccontandomi cosa è successo, invece di inventarsi una storia improbabile che so già essere falsa dopo le prime tre parole.
Mi aspetto che non alzino la voce con me. Che non mi chiamino “stupida” quando sono arrabbiati. Che non mi urlino “ti odio” sbattendo la porta. Che, anche nei momenti peggiori, ricordino che sono la loro mamma, e non il loro nemico.
Mi aspetto che vadano d’accordo tra loro.
Questa, forse, è una delle aspettative più importanti per me. Nella mia mente li immagino seduti insieme sul divano, complici. Che ridono per una cosa che capiscono solo loro. Che si aiutano. Che si difendono. Che, crescendo, possano avere l’uno nell’altra qualcuno su cui contare. Sempre e senza dubbi.
Ma la realtà è che litigano, di continuo, anche per banalità. Non c’è collaborazione tra di loro, non sono complici. A volte credo perfino che non si vogliano neppure bene. Che provino solo risentimento e gelosia.
E poi c’è un’altra aspettativa: mi aspetto che siano felici di essere parte di questa famiglia.
Perché li ho cercati. Voluti. Desiderati con tutto il cuore. Non sono arrivati per caso. E anche se non è stata una loro scelta, vorrei che questo fosse motivo di gioia e non di malessere.
Ma ogni giorno mi scontro con la nostra realtà, e ogni mia aspettativa scompare e si trasforma in delusione.
Ogni giorno litigano. Si rispondono male. Si provocano. Si urlano addosso. A volte si picchiano, si graffiano, si spingono. E io mi ritrovo sopraffatta a fare da arbitro di una partita che non ho chiesto di arbitrare.
E naturalmente nessuno dei due vuole cedere. Su nulla. Nemmeno sulla televisione. Potrebbero avere a disposizione centinaia di programmi, cartoni, film. Eppure riescono a litigare sulla scelta di cosa guardare. Neppure fare a turni per decidere sembra risolvere i conflitti.
E io li guardo e mi chiedo: ma perché? perché non riescono a stare insieme? perché devono trasformare ogni piccola cosa in una battaglia? perché non possono essere semplicemente fratello e sorella?
E poi, spesso, si accaniscono contro di me: sei stupida, ti odio, torno dalla mia prima mamma, non voglio più stare con te.
E anche se so benissimo che sono parole dette per rabbia, arrivano comunque dritte al cuore. Feriscono. Fanno male. Perché lo so che non mi odiano. So che sono parole dette nel mezzo dell’arrabbiatura. So che stanno cercando di scaricare un’emozione troppo grande per loro. Ma io sono pur sempre una persona, volubile, sensibile, facile da ferire.
Ci sono giorni in cui avrei bisogno che qualcuno mi dicesse “grazie”. Giorni in cui, invece di sentirmi dire che sono stupida, avrei bisogno di un abbraccio, o di un sorriso sincero. A volte avrei bisogno di sentirmi dire “mamma ti voglio bene“. Ma queste parole non arrivano, quasi mai.
E allora mi chiedo se dovrei lasciare andare tutte le mie aspettative. Lasciare andare la famiglia armoniosa che avevo immaginato. I fratelli complici. Le cene tranquille. Le domeniche senza urla. I bambini che raccontano la verità. I figli che rispettano i genitori, anche quando sono arrabbiati. Le discussioni che terminano in abbracci. E i “ti voglio bene” detti prima di uscire.
Forse quella famiglia non può esistere davvero. O forse esiste, ma non è la mia.
Non posso cambiare i caratteri dei miei figli per farli conformare all’idea di famiglia che ho in testa. Posso però provare ad insegnare loro che non ci si picchia. Posso mettere dei limiti. Posso insistere che certe parole non si dicono. Posso chiarire che essere arrabbiati non significa poter ferire qualcun altro. Posso chiedere loro di dire la verità. Posso provare, ogni giorno, ad insegnare il rispetto, la gentilezza, l’empatia.
Ma non posso decidere chi saranno crescendo. Non posso decidere che saranno fratelli inseparabili. Non posso decidere che si piaceranno sempre. Non posso decidere come staranno al mondo. E soprattutto non posso pretendere che siano riconoscenti per essere stati scelti.
Forse l’amore non si misura nel fatto che un bambino dica “sono fortunato ad avere questa famiglia”. Forse si misura nel fatto che possa urlare “ti odio” sapendo che la sua mamma sarà ancora lì ad accoglierlo.
Forse si misura nella possibilità che un bambino può avere di sbagliare, di essere arrabbiato, di avere una giornata terribile e non essere mai giudicato per questo.
Forse si misura nella possibilità di non andare d’accordo con il fratello, di commettere errori, di non essere il bambino che un genitore aveva immaginato.
Forse è sapere che domani è un altro giorno, e che possiamo ripartire daccapo.
E forse la mia sfida personale non è costruire la famiglia che avevo immaginato. È smettere di misurare la mia famiglia sulla distanza che passa tra quello che avevo immaginato e quello che siamo davvero.
