ADHD e crisi emotive: cosa succede quando anche il genitore perde la calma

Bambina che urla facendo i capricci mentre mamma le parla

Ci sono momenti in cui mia figlia è completamente travolta dalle sue emozioni e io so perfettamente cosa dovrei fare. Lo so perché ne ho parlato con i suoi terapisti. Perché ho letto. Perché ho imparato che durante una crisi non servono prediche, minacce o spiegazioni infinite. So che dovrei abbassare la voce, usare poche parole, darle spazio, cercare di capire cosa c’è dietro quel comportamento.

Il problema è che sapere cosa fare e riuscire a farlo sono due cose completamente diverse.

Quando una semplice richiesta come lavati le mani e vieni a tavola scatena una bufera, tutta la teoria diventa molto più difficile da mettere in pratica.

Lei urla. Lancia un gioco. Sbatte la porta. Io provo a mantenere la calma. Lei urla ancora più forte. Mi chiama stupida. Mi dice che mi odia. Ed io sento la rabbia che cresce. Lei urla di più. E a quel punto alzo anche io la voce.

E lì che mi rendo conto che siamo entrate in una specie di gara che nessuna delle due voleva davvero iniziare. Lei non riesce più a regolarsi. E io non riesco più a regolare me stessa. Ancor meno lei.

Essere mamma di una bambina con ADHD e disregolazione emotiva mi ha insegnato una cosa tutt’altro che semplice: quando lei è travolta dalle emozioni, prima di aiutarla a ritrovare la calma, devo riuscire a ritrovare la mia. E non è affatto semplice.

Perché una crisi vista da fuori è una cosa. Una crisi vissuta da dentro la propria famiglia è tutta un’altra storia.

Quando mia figlia urla per qualcosa che a me sembra piccolo, quando insiste per la ventesima volta, quando rifiuta una cosa che è necessaria, quando una semplice richiesta diventa una discussione interminabile, una voce dentro di me urla: ma perché non riesce semplicemente a fermarsi? Perché non smette?

E subito dopo mi sento in colpa per averlo pensato. Perché so che non è così semplice per lei. So che per lei quel “fermarsi” non è semplicemente uno stop, ma una vetta difficile da scalare. So che il suo cervello processa le richieste in maniera diversa dal mio, e può avere bisogno di più tempo per passare da un’attività all’altra. So che la frustrazione può arrivare velocemente, e che quando l’emozione prende il sopravvento il pensiero logico scompare completamente. 

Ma sapere tutto questo non significa essere immuni dallo sbagliare. E io sbaglio, ogni giorno. E credo sia importante dirlo.

Vorrei essere il regolatore emotivo di mia figlia in ogni occasione. Anche quando sono stanca. Quando ho mal di testa. Quando sto preparando la cena. Quando sono in ritardo per un appuntamento. Quando la mia giornata è già al limite ancora prima che inizi la crisi.

Vorrei, ma spesso perdo la pazienza.

Ci sono state volte in cui ho urlato “BASTA!” proprio quando avrei dovuto parlare piano. Volte in cui ho ripetuto per l’ennesima volta la stessa prolissa spiegazione, anche se sapevo benissimo che in quel momento non sarebbe servita. Volte in cui ho pensato che mia figlia lo facesse apposta. Volte in cui mi sono resa conto che non stavo più cercando di aiutarla. Stavo solo cercando di porre una fine a quella situazione.

Una delle domande che dovrei pormi è: “sto cercando di regolare lei oppure sto cercando di fermare un comportamento che in questo momento non riesco più a sopportare?”

Non sempre mi piace la risposta. Spesso sto solo cercando di fermare una situazione. Perché quando mia figlia è nel pieno di una crisi emotiva, il mio obiettivo non dovrebbe essere farle capire che ho ragione io, che deve smetterla, che non si può continuare così. Non dovrebbe essere ottenere immediatamente delle scuse. E non dovrebbe essere farle riconoscere che sta esagerando.

In quel momento il mio obiettivo dovrebbe essere aiutarla a tornare ad un livello di calma che le permetta, successivamente, di ragionare su quanto accaduto. Dovrebbe essere parlare meno. Darle il tempo di calmarsi. Non lasciarmi trascinare dalla sua crisi. Rimanere calma. Aspettare. E aspettare per me è difficilissimo.

Ho anche imparato che il mio corpo mi avvisa prima che la mia testa si renda conto che sto per perdere la pazienza. Sento le spalle rigide. Stringo la mascella. Comincio a parlare più velocemente. La mia voce sale.

Ed è quello il momento in cui, quando riesco, provo a fermarmi. Mi concentro su qualcosa di diverso e concreto: a volte bevo un bicchiere d’acqua, a volte faccio tre respiri profondi, a volte mi allontano per trenta secondi (se la situazione lo permette).

Non è una tecnica miracolosa. Non è che dopo tre respiri divento improvvisamente zen. Ma quei trenta secondi possono salvarmi dal dire qualcosa che poi rimpiangerò. E soprattutto mi ricordano che anche io ho bisogno di regolazione emotiva.

Una cosa che mi aiuta molto a regolare le mie emozioni è abbassare la voce. Quando mia figlia urla, il mio istinto è quello di alzare la voce ancora di più. Devo farmi sentire. Deve capire. Deve smetterla. Ma quando alzo la voce succede sempre il contrario. Anche lei alza la voce. Diventa più disregolata. La situazione precipita e alla fine siamo entrambe esauste.

Quando invece riesco a parlare piano, lentamente, è come se obbligassi anche le mie emozioni a rallentare. E a volte anche mia figlia inizia a rallentare con me. Non sempre. Ma abbastanza da pensare che vale la pena provarci.

Un altro aspetto importante che sto iniziando a capire è il momento in cui parlare. Una volta pensavo che dopo una crisi fosse necessario affrontare subito quello che era successo. Chiedevo a mia figlia perché, di darmi spiegazioni, di capire ciò che aveva fatto di sbagliato. Oggi cerco di aspettare. Prima viene la calma. Poi arriva il resto.

E solo quando è tornata davvero tranquilla, allora possiamo parlare di quello che è successo. Almeno provarci, perché spesso non mi sa spiegare le motivazioni delle sue esplosioni. Posso chiederle cosa l’ha fatta arrabbiare, magari provare ad indovinare, domandarle cosa ha reso tutto più difficile, cosa avrebbe potuto aiutarla. E soprattutto posso provare a pensare insieme a lei cosa fare la prossima volta. Perché è nella calma dopo la tempesta che possiamo davvero insegnare qualcosa.

Credo che uno degli errori più grandi che possiamo fare come genitori sia pensare che autoregolarsi significhi non arrabbiarsi mai. Non è così per noi adulti e non può esserlo nemmeno per i bambini.

L’obiettivo non è eliminare la rabbia. Non è evitare la frustrazione. Non è crescere bambini che non fanno scenate, non urlano e non si arrabbiano. L’obiettivo è imparare, lentamente, cosa fare quando quelle emozioni arrivano.

E questo vale anche per me. Perché ci sono giorni in cui non mi riesce proprio. Giorni in cui urlo. Giorni in cui mi chiudo in bagno per qualche minuto solo per non esplodere. Giorni in cui penso che non ce la posso fare.

Ed è importate che anche questo possa essere raccontato.

Perché dietro ad una mamma che cerca di aiutare il proprio figlio a regolarsi c’è una persona che a sua volta avrebbe bisogno di essere aiutata a regolarsi, essere ascoltata, ed essere sostenuta.

E forse il punto non è riuscire sempre a restare calme, ma imparare a riconoscere quando anche noi genitori abbiamo bisogno di fermarci, chiedere aiuto, e ricominciare.

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Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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