Oggi ospite: Natsanet, adottata e creatrice del podcast Adottati Oltrevento.
Ho conosciuto Netsanet tramite i social e, puntata dopo puntata, mi sono appassionata al suo podcast Adottati Oltrevento.
È uno di quegli spazi rari in cui le storie non vengono semplificate, ma accolte nella loro complessità. È anche per questo che, a un certo punto, ho sentito il desiderio di contattarla e proporle un’intervista per il mio blog.

Netsanet, adottata 29 anni fa da una famiglia ferrarese, porta avanti un lavoro delicato e necessario: dare voce all’esperienza adottiva senza trasformarla in una narrazione rassicurante. La sua è una ricerca che parte anche da un’assenza, quella dei ricordi dei primi anni di vita, e si muove tra frammenti, sensazioni e tentativi di riconnessione.
Nelle sue parole, l’identità non è qualcosa di dato una volta per tutte, ma qualcosa che si costruisce nel tempo, tenendo insieme ciò che si conosce e ciò che resta senza risposta. Un processo fatto di domande aperte, di mancanze, ma anche di piccoli ritorni: nella lingua, nel corpo, nei sapori.
In questa intervista abbiamo parlato di cosa significa crescere senza riscontri, di quanto l’adozione sia un percorso che dura tutta la vita e della difficoltà, ma anche della necessità, di raccontarsi restando fedeli alla propria complessità.
Ospitare la storia di Netsanet su questo blog nasce proprio da qui: dal desiderio di dare spazio a una voce che non si limita a raccontare un’esperienza, ma la attraversa nel tempo, tra ricerca, domande e significati che cambiano.
Uno spazio, questo, che prova a stare in ascolto. Dove le storie non devono adattarsi per essere comprese, ma possono esistere così come sono, nella loro verità.
Cosa significa per te identità nel contesto dell’adozione?
L’identità è un concetto fondamentale nel percorso adottivo.
A un certo punto, ogni persona adottata si trova a fare i conti con la propria storia, cercando di darle un senso e di costruirsi senza dover rinunciare a ciò che è stata.
È un processo delicato: a volte si parte da un vuoto, dall’assenza di informazioni; altre volte, invece, si hanno dei frammenti, dei ricordi, delle tracce da cui iniziare.
Nella mia storia personale, ad esempio, non ho ricordi dei miei primi dieci anni di vita. Questo ha reso il mio percorso ancora più complesso, perché mi sono trovata a costruire una parte di me partendo proprio da un’assenza.
Sapevo il paese da cui provenivo, ma mancavano le esperienze, le immagini, i riferimenti concreti. Col tempo, però, ho iniziato a ritrovare alcune connessioni in modo diverso. Ho ripreso a entrare in contatto con la mia lingua madre e, soprattutto, ho riscoperto il cibo.
Per me il cibo è stato fondamentale: attraverso i sapori ho iniziato a sentire riaffiorare qualcosa di profondo, difficile da spiegare, ma estremamente familiare. È come se, attraverso quei sapori, una parte di me trovasse spazio e mi facesse sentire, almeno per un momento, a casa.
Per questo, per me, l’identità non è qualcosa di dato, ma qualcosa che si costruisce nel tempo, tenendo insieme passato e presente, tra ciò che si conosce e ciò che resta da scoprire.
Qual è stato il momento più difficile nella tua esperienza legato all’essere stata adottata?
Più che un momento preciso, per me la difficoltà è stata una condizione che si è fatta sentire nel tempo: il non avere riscontri. Crescere senza ricordi dei primi anni di vita significa non poter tornare indietro a verificare, a collegare, a dare un volto o un’immagine a ciò che è stato. È una forma di vuoto silenzioso, che non sempre si vede dall’esterno, ma che dentro si sente.
Oggi, da madre, questa consapevolezza è ancora più forte. Vedo mio figlio che mi chiama più volte al giorno, che cerca il contatto, la presenza, il riferimento. E allora mi domando: com’è possibile che io non abbia nessun ricordo di una figura di riferimento nei miei primi anni di vita?
È una domanda che resta aperta, e forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili: convivere con interrogativi che non sempre trovano risposta. La parte più complessa è accettare che alcune risposte probabilmente non arriveranno mai e, allo stesso tempo, imparare a costruirsi comunque, anche senza avere tutti i pezzi.
Ancora oggi è un percorso che continuo: lavorare su me stessa è fondamentale per il mio benessere. È un cammino fatto di consapevolezza, di cura e di piccoli passi, in cui imparo ogni volta a stare dentro la mia storia con più equilibrio.
Quali sono i fraintendimenti più comuni che incontri sull’adozione?
Uno dei fraintendimenti più comuni è pensare che l’adozione sia una storia che si conclude con un lieto fine. In realtà, è proprio lì che inizia tutto: l’adozione è un processo che dura tutta la vita.
Spesso si tende a vedere solo l’arrivo in famiglia, come se quello bastasse a sistemare ogni cosa. Ma l’adozione non cancella ciò che c’è stato prima, né elimina le domande o le fragilità che una persona può portare con sé.
Un altro aspetto delicato riguarda l’identità: a volte i genitori adottivi, con tutto l’amore possibile, crescono il bambino cercando di farlo sentire pienamente parte del contesto in cui vive, ad esempio “italiano”. Ma se si è nati altrove, esiste già una storia, un’origine, un’identità che precede.
Quando questa parte emerge, magari durante l’adolescenza o in momenti di crisi, può essere difficile da accogliere, sia per il ragazzo sia per i genitori. A volte questo passaggio può anche spiazzare o mettere in difficoltà la famiglia.
Per questo è importante riconoscere che l’identità adottiva è complessa e stratificata, e che ha bisogno di spazio, ascolto e tempo per essere compresa davvero.
Come è nato il tuo podcast Adottati Oltrevento e qual era il bisogno da cui è partito?

Il podcast Adottati Oltrevento è nato da un bisogno molto profondo: dare voce a ciò che spesso
resta in silenzio.
Per molto tempo ho sentito la mancanza di racconti in cui potermi riconoscere. Crescendo, non avevo modelli, storie o narrazioni che parlassero davvero dell’adozione in modo autentico, senza semplificazioni.
A un certo punto ho sentito l’esigenza di trasformare questo vuoto in uno spazio. Uno spazio di parola, ma anche di ascolto. Un luogo in cui l’adozione potesse essere raccontata per quello che è: complessa, fatta di luci e ombre, di domande, di costruzione continua.
Il podcast nasce anche dal mio percorso personale: dal lavoro su di me, dalle domande che mi porto dentro e dal desiderio di condividerle con altri. Non per dare risposte definitive, ma per aprire possibilità, riflessioni, connessioni.
È, in fondo, un modo per dire: queste storie esistono, e meritano di essere ascoltate.
A chi senti di parlare quando registri una puntata?
Quando registro una puntata, sento di parlare a più persone contemporaneamente.
Parlo a quello che ero io da bambina, quella che forse avrebbe avuto bisogno di ascoltare certe parole, di trovare uno spazio in cui riconoscersi e sentirsi meno sola. Parlo agli adulti adottati, che spesso non hanno luoghi in cui raccontarsi davvero, senza dover filtrare o adattare la propria esperienza. Parlo anche alle famiglie adottive, agli insegnanti, a chi accompagna i bambini e i ragazzi nel loro percorso, perché credo sia fondamentale provare a guardare oltre ciò che si vede in superficie.
Ma, in fondo, parlo a chi si è sentito almeno una volta fuori posto, a chi ha dovuto ricostruire pezzi di sé e cerca uno spazio in cui queste parti possano essere accolte.
Qual è la cosa più difficile nel raccontare esperienze così personali?
La cosa più difficile è trovare un equilibrio tra il bisogno di dire la verità e quello di proteggersi.
Raccontare significa esporsi, mettersi in gioco, ma anche scegliere cosa lasciare fuori. Non tutto è facile da condividere, e non tutto può essere raccontato nello stesso modo o nello stesso momento. Ci sono parti della propria storia che richiedono tempo, altre che restano più fragili e hanno bisogno di essere custodite.
C’è anche il rischio di essere fraintesi, o di vedere la propria esperienza semplificata, ridotta a una narrazione che non rappresenta davvero la complessità che si porta dentro. L’adozione, come ogni storia profonda, non è lineare: è fatta di contraddizioni, di emozioni che convivono, di passaggi che non sempre sono facili da spiegare. A volte la difficoltà sta proprio qui: restare fedeli a sé stessi, senza adattare troppo il racconto per renderlo più “accettabile” o più rassicurante per chi ascolta.
E poi c’è un altro aspetto importante: raccontare significa anche tornare su certe esperienze, riattraversarle. Non è mai un gesto neutro. Ogni volta è come riaprire uno spazio, con la consapevolezza che quello che si condivide può avere un impatto su chi ascolta, ma anche su di sé.
Per questo ogni racconto è una scelta consapevole: un equilibrio tra autenticità e cura, tra il desiderio di dare voce alla propria storia e il bisogno di preservare alcune parti di sé.
Se qualcuno che è adottato ti stesse ascoltando, cosa gli diresti?
Gli direi di non chiudersi e di non affrontare tutto da solo. Se può, di cercare qualcuno con cui parlare: un’altra persona adottata, un gruppo, uno spazio in cui potersi raccontare senza sentirsi giudicato. Anche solo iniziare ad ascoltare storie simili alla propria può essere un primo passo importante.
Gli direi anche di darsi tempo. Non è necessario capire tutto subito, né avere risposte immediate. È normale avere momenti di confusione o di fatica, e non c’è nulla di sbagliato in questo.
Un’altra cosa importante è non sentirsi “strani” o fuori posto: quello che si prova ha un senso, anche quando è difficile da spiegare. Io, ad esempio, in questi mesi ho conosciuto una ragazza che ha iniziato ad ascoltare il podcast e mi ha scritto perché si rivedeva nella mia storia. Da lì è nata una connessione molto forte tra noi, una sorta di sorellanza, semplice ma reale.
E questo mi ha fatto capire quanto sia importante creare legami: perché quando trovi qualcuno che ti capisce davvero, anche senza dover spiegare tutto, ti senti meno solo e riesci ad affrontare le cose con più forza.
Grazie Netsanet Bonsi per il coraggio di raccontarti.
Puoi seguire il progetto Adottati Oltrevento su Spotify, Amazon Music e su Instagram, per continuare insieme questo viaggio di ascolto e consapevolezza.
