La mia esperienza di genitore adottivo, nel tempo, mi ha insegnato molto.
Una delle cose più importanti è stata capire che amare i miei figli significa anche fare spazio a tutto ciò che c’è stato prima di me: alla loro storia, alle persone che ne hanno fatto parte, alle esperienze che li hanno portati fino a noi. E imparare, con rispetto e calma, a intrecciare tutto questo con la nostra vita insieme.
Oggi si parla sempre più spesso di adozioni aperte e di adozioni miti, e di quanto possa essere importante, quando è possibile e nell’interesse del bambino, mantenere un legame con la famiglia biologica. Eppure, per molti genitori adottivi, questa possibilità può fare paura. Può far nascere il timore che quel legame possa in qualche modo mettere in discussione il nostro ruolo di genitori, la nostra famiglia, la solidità del rapporto costruito con i nostri figli.
Io stessa ho avuto bisogno di tempo per comprenderlo davvero. Ho dovuto imparare che riconoscere e rispettare il legame dei miei figli con la loro famiglia biologica non significava mettere in discussione il nostro legame, né il mio ruolo di mamma. Al contrario, significava costruire una famiglia abbastanza solida da poter accogliere anche ciò che c’era stato prima.
Quando il mio primo figlio è entrato nella nostra vita era ancora piccolissimo. Aveva appena cinque mesi. La nostra storia insieme era tutta da scrivere: i primi giorni, le prime fotografie, le prime volte in cui abbiamo imparato a conoscerci. C’erano così tante cose nuove da riempire il presente che, all’inizio, era naturale concentrarsi soprattutto su quello.
Poi, però, è arrivato il momento in cui ho iniziato a rendermi conto che dietro quel bambino che era diventato mio figlio c’era anche una storia che non avevo vissuto con lui. Una storia iniziata prima di me.
E quella storia non può semplicemente scomparire perché, a un certo momento, quel bambino era diventato mio figlio.
Lo stesso è accaduto con la mia seconda figlia. Quando è arrivata da noi, a quasi due anni, aveva già dentro di sé ricordi, volti e persone che avevano fatto parte della sua vita prima che noi entrassimo nella sua.
A un certo punto ho realmente accettato che i miei figli hanno dei genitori biologici. Non sono una presenza quotidiana nella nostra casa. Non sono qualcuno con cui condividiamo la tavola, le vacanze o le giornate di festa. Eppure esistono. Fanno parte della loro storia. E, inevitabilmente, fanno parte anche della loro identità e delle loro origini.
Per questo, nel tempo, abbiamo cercato di mantenere un canale di comunicazione aperto, seppur indiretto e discreto. Nel nostro caso avviene attraverso lettere che, con l’aiuto degli assistenti sociali, vengono consegnate a mamma e papà.
Le scriviamo una volta all’anno. Raccontiamo come stanno i bambini, cosa fanno, cosa amano, come si trovano a scuola. Raccontiamo piccole cose che, viste da fuori, potrebbero sembrare insignificanti. Una passione nuova. Un compleanno. Un traguardo. Una fotografia.
Sono gesti semplici, ma ogni volta che preparo quella lettera sento di avere tra le mani qualcosa di molto più grande. Perché non sto semplicemente raccontando a qualcuno come sta un bambino. Sto consegnando un piccolo pezzo della vita dei miei figli a qualcuno che, seppur oggi lontano, è stato parte della loro storia.
A volte riceviamo una risposta. A volte no. A volte passa molto tempo. A volte le parole sono poche. Eppure, quelle poche parole possono avere un peso enorme per i miei figli. Perché ci sono domande alle quali noi genitori adottivi non possiamo rispondere.
Io conosco i miei figli profondamente. So cosa li mette di buon umore, di cosa hanno paura, quali libri leggono la sera prima di addormentarsi e quali cibi disprezzano. Conosco le loro abitudini, i sogni, i difetti e tutte quelle piccole caratteristiche che li contraddistinguono.
Ma non so quello che è venuto prima di noi. Non posso rispondere alle domande che i miei figli hanno sulla loro famiglia biologica, o a quelle che avranno in futuro. E soprattutto non posso essere io a decidere quali domande sono importanti per loro.
Ricordo, per esempio, una volta in cui mio figlio voleva sapere a tutti i costi quale fosse la canzone preferita di mamma. A me, probabilmente, non sarebbe mai venuto in mente di fare una domanda del genere!
Ed è proprio qui che l’adozione mi ha insegnato qualcosa che prima non avevo compreso: un bambino adottato non dovrebbe mai sentirsi costretto a scegliere tra la famiglia che lo ha dato alla luce e quella che lo sta crescendo. Amare noi non dovrebbe significare rinunciare alle proprie origini, né pensare di dover abbandonare una parte di sé.
E non dovrebbe sentirsi neppure in colpa se un giorno avrà bisogno di sapere di più. Di fare domande. Di cercare. Di voler conoscere. Perché conoscere le proprie origini non significa mettere in discussione la nostra famiglia o il nostro amore reciproco.
Significa cercare di capire chi si è, costruire la propria identità e poter crescere sentendosi persone intere, senza pezzi della propria storia persi o mancanti.
L’identità, in fondo, è fatta di tanti pezzi. Alcuni li conosciamo benissimo. Altri li scopriamo crescendo. Alcuni ci piacciono, altri ci fanno arrabbiare, altri ancora vorremmo poterli cambiare. Ma sono tutti pezzi nostri, e tutti pezzi che hanno il diritto di esistere ed essere conosciuti.
Per me, facilitare un rapporto con la famiglia biologica dei miei figli significa lasciare una porta aperta alla loro storia. Non una porta spalancata senza regole, senza protezioni o senza attenzione ai bisogni dei bambini. Una porta che deve essere costruita intorno a loro, ai loro tempi e alla loro sicurezza.
Non esiste una formula uguale per tutte le famiglie adottive. Ci sono situazioni in cui il contatto diretto è possibile. Altre in cui non lo è. Ci sono rapporti fatti di lettere, fotografie e informazioni. Altri che possono evolvere nel tempo.
La cosa importante, per me, è stata capire che la nostra famiglia può essere pienamente famiglia senza cancellare quella che c’era prima di noi.
Vorrei che, quando saranno grandi, i miei figli possano guardare indietro e sentire che non abbiamo avuto paura delle loro domande. Che non abbiamo cercato di nascondere ciò che era difficile, né di mettere da parte le parti della loro vita che potevano farci sentire a disagio. Che abbiamo custodito, per quanto possibile, il loro passato e le persone che ne hanno fatto parte.

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