Boicottare la felicità: quando stare bene fa paura

Bambine che si danno la schiena e litigano

Ieri stavo stendendo. Le mani umide ed il cesto pieno di panni bagnati che sembravano non finire mai. Appendi una maglietta, appendine un altra. Quel gesto ripetuto, automatico, che lascia la mente libera di fare altro, vagare, sentire cosa succede nell’altra stanza.

E così, quasi sovrappensiero, ascoltavo le voci di papà che stava giocando con i bimbi. Risate piene, schiamazzi, quel tipo di felicità rumorosa che riempie la casa. Li sentivo rincorrersi, inventare storie, fingere di guidare auto immaginarie, cambiando direzione all’improvviso, e frenare senza preavviso come solo i bambini sanno fare.

Per un attimo ho pensato: sembra una puntata di Bluey! Di quelle semplici e perfette, in cui tutto fila liscio e l’amore si vede, spontaneo, vero e senza sforzo. Quelle scene in cui pensi che è proprio così che dovrebbe essere ogni giorno la vita in famiglia.

Poi, all’improvviso, il cambio di tono. 

Smettila. Non fare così. Dai, torna!. Basta. Uffa, allora non gioco più.

Non erano più voci leggere. Erano richiami. Ammonizioni.

I miei figli che si chiamavano, si rincorrevano ancora, ma in un modo diverso. Più teso, più nervoso. Il più grande aveva deciso, senza preavviso, di smettere di giocare. Così, di colpo. Senza apparente motivo. E alla piccola quella rottura improvvisa, non era piaciuta per niente. 

Perché quando sei dentro al gioco, quando sei dentro alla relazione, l’interruzione arriva sempre un po’ come uno strappo, una mancanza, un’assenza che lascia un vuoto difficile da colmare.

E lì, con una maglietta umida tra le mani e l’orecchio un po’ più attento, ho pensato a quanto spesso questa dinamica succede in casa nostra. Quando tutto va bene. Quando ci si sta divertendo davvero. Quando la connessione è piena, spontanea, viva. È proprio in quei momenti che spesso qualcosa si incrina.

C’è sempre uno dei figli che boicotta la situazione. Come se il troppo divertente facesse paura. Come se la continuità della gioia non fosse del tutto sostenibile. Come se stare bene, così tanto, così pienamente, fosse un territorio ancora doloroso.

E allora arriva quel gesto, quella parola, quella rottura.

Non è un capriccio. Non è voler rovinare la festa. È qualcosa di più profondo. Qualcosa di istintivo.

Alcuni bambini, e in modo ancora più evidente quelli che hanno vissuto l’esperienza dell’adozione, portano dentro una memoria silenziosa. Una memoria che non sempre ha parole, ma che si sente nel corpo, nei gesti, nelle reazioni. È la memoria delle interruzioni. Delle perdite. Delle relazioni che finiscono quando sembrano più vive.

E allora succede che, proprio mentre stanno bene, scatta un meccanismo primordiale: meglio fermarsi ora, prima che succeda qualcosa di brutto. Meglio che interrompa io, prima di essere interrotto. Meglio boicottare il gioco, prima che il gioco boicotti me. 

È una forma di protezione. Un modo imperfetto per non sentirsi di nuovo spiazzati, lasciati, sorpresi dall’assenza.

E mentre li ascoltavo, tra una molletta e l’altra, ho sentito tutta la fragilità di quel meccanismo di difesa. E mi sono resa conto che in quei momenti di sospensione non serve correggere subito. Non serve spiegare troppo. Non serve cercare di aggiustare la situazione.

Serve riconoscere. Dare spazio. Accogliere la fatica del restare anche dentro alle cose belle.

Perché, a volte, non si è pronti a vivere la gioia. Va imparata. Va attraversata. Va resa sicura, un passo alla volta. E imparare a stare nella gioia, senza romperla, è come un percorso ad ostacoli. È un allenamento lento, fatto di tentativi, di piccoli passi avanti e molti passi indietro.

E alcuni bambini, più di altri, hanno bisogno di farlo con qualcuno accanto che non si spaventi quando il gioco si incrina, si interrompe, finisce. Qualcuno che resta. Che tiene il filo. Che non legga quella rottura come un fallimento, ma semplicemente come un passaggio obbligato.

Qualcuno che, in fondo, sa che il gioco ricomincerà. Magari diverso. Magari più cauto. Magari più lento. Ma con la stessa identica bellezza.

Copertina del libro Primal wound

The Primal Wound: Understanding the Adopted Child di Nancy Newton Verrier, terapeuta familiare e madre adottiva, esplora l’impatto emotivo della separazione tra neonato e madre biologica nell’adozione. 

Nel libro l’autrice descrive il boicottare la gioia come una reazione di difesa che può comparire nei bambini adottati quando vivono momenti di benessere, vicinanza o serenità.

Secondo la sua prospettiva, l’esperienza precoce della separazione può lasciare una traccia emotiva profonda: proprio quando il bambino inizia a sentirsi al sicuro o felice, può riattivarsi la paura inconscia che quel legame venga di nuovo perduto.

Per questo, talvolta, il bambino interrompe il momento positivo con opposizione, rabbia o chiusura, non perché rifiuti la gioia, ma perché quella gioia può essere percepita come emotivamente rischiosa.

Categorie: Blog
Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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