Disabilità invisibile: cosa significa crescere una figlia che gli altri non comprendono

bambina buffa sorridente a bordo piscina

Quest’estate niente mare, niente montagna e niente vacanze all’estero. Abbiamo scelto qualcosa di diverso, qualcosa che ci permettesse di restare ancorati alla sicurezza della nostra routine: l’abbonamento stagionale in piscina.

Con due figli di età diversa trovare un’attività che piaccia davvero ad entrambi non è mai semplice. La piscina, però, è uno di quei rari posti che mette tutti d’accordo. È uno spazio dove possono sentirsi liberi, spensierati e leggeri.

Per mia figlia, però, lo è ancora di più. Lei ha sei anni ed è una bambina profondamente socievole. Ha un desiderio di stare con gli altri che a volte è quasi travolgente. Per lei non esistono estranei: ogni bambino è un potenziale compagno di giochi, ogni adulto qualcuno con cui vale la pena fare due chiacchiere.

Non conosce la diffidenza. E non conosce nemmeno quel freno invisibile che, crescendo, tutti impariamo: capire quando è il momento di fermarsi, quando una persona ha bisogno dei propri spazi, quando una conversazione è arrivata al capolinea.

Attacca bottone con chiunque. Spesso finisce a giocare con bambini molto più piccoli di lei, perché i suoi interessi, i suoi tempi e il suo modo di stare con gli altri non sempre coincidono con quelli dei coetanei.

La guardo da bordo vasca. Vedo una bambina che non ha paura del rifiuto. Che si fida di tutti. Che pensa davvero che ogni persona possa diventare parte del suo gioco, del suo mondo.

Poi, però, arriva il momento in cui devo intervenire. Perché la sua esuberanza diventa difficile da gestire. Perché continua a parlare con una mamma che magari vorrebbe semplicemente leggere un libro. Perché insiste che un papà giochi con lei. Perché diventa indiscreta con ciò che racconta di se stessa. Perché non coglie quei segnali silenziosi che noi adulti usiamo per sbarazzarci di qualcuno: uno sguardo altrove, un sorriso di circostanza, risposte sempre più brevi.

E allora mi avvicino. La richiamo. Cerco di interessarla ad un nuovo gioco. La porto via. E mentre lo faccio sento gli sguardi addosso. O forse sono solo nella mia testa.

Perché mia figlia ha una disabilità invisibile. Di quelle che non si vedono, che non si colgono a un primo sguardo.

Non c’è una carrozzina che racconti la sua storia. Non c’è un tutore, un ausilio, un segno evidente che aiuti gli altri a capire. Nulla che suggerisca, ancora prima delle parole: “Ha bisogno di un po’ più di tempo. Di un po’ più di pazienza.”

Da fuori si vede una bambina esuberante. Magari un po’ insistente. Forse invadente. Giudicata spesso maleducata.

E io mi ritrovo sempre davanti allo stesso bivio, allo stesso dubbio, allo stesso interrogativo: lo spiego? 

Penso che forse dovrei avvicinarmi a quella mamma e spiegarle che mia figlia ha una disabilità del neurosviluppo, che per lei leggere le situazioni sociali è molto più difficile di quanto sembri. Poi però lascio perdere. Sorrido. Mormoro qualche frase di scusa. La porto via. Faccio finta di niente.

Non perché mi vergogni. Ma perché ogni volta raccontare la sua storia significa aprire una porta molto privata. Non è una spiegazione che devo. Non è un giustificarsi. È un pezzo di lei. E non sempre ho voglia di consegnarlo a degli sconosciuti incontrati a bordo piscina.

Penso spesso a cosa dovrei condividere. Perché le disabilità visibili, nel bene e nel male, orientano le aspettative. Quelle invisibili, invece, lasciano spazio all’interpretazione. E l’interpretazione, purtroppo, è spesso molto crudele.

Allora continuo a chiedermi quale sia la cosa giusta. Parlare? Tacere? Spiegare? Lasciar correre?

Forse non esiste una risposta valida per tutte le volte. Forse ogni giorno scelgo in modo diverso. In base alle energie che ho. In base a chi ho davanti. In base a quanto sento di dover proteggere mia figlia, me stessa, la mia famiglia.

Quello che so è che, quando guardo mia figlia ridere nell’acqua, mentre prova per l’ennesima volta a convincere qualcuno a giocare con lei o attacca bottone con un altro adulto, io vedo una bambina che desidera soltanto una cosa: stare insieme agli altri. Con tutta la forza che ha.

Categorie: Blog
Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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