Solo pochi giorni fa ho scritto un articolo sull’inclusione scolastica e la mia verità sui #CalziniSpaiati. Di come, in superficie, un hashtag possa trasformare la diversità in qualcosa di rassicurante, colorato, quasi tenero. Di come l’inclusione, quando diventa una ricorrenza, rischia di perdere spessore e diventare ipocrisia.
Non pensavo però che la realtà avrebbe deciso di darmi ragione così in fretta!
A una sola settimana dalla giornata dei #CalziniSpaiati, nella chat dei genitori della classe di mia figlia sono arrivati messaggi come questi:
- Perché mio figlio è tornato 3 volte picchiato e graffiato dallo stesso bambino? Penso che dobbiamo sapere quello che accade a scuola così prendiamo provvedimenti.
- Questo tipo di comportamento non può essere tollerato in ambito scolastico. L’educazione e il rispetto iniziano a casa; non è accettabile che mia figlia debba subire questo, ha un graffio in viso e le fa male. È inammissibile.
- Quel bambino è sempre così e non va bene, fa sempre male agli altri bambini. Alla mamma di questo bambino: educa tuo figlio perché il comportamento di tuo figlio non va bene.
- Dobbiamo fermare questo bambino, è una situazione grave.
Questi messaggi non erano rivolti ai miei figli. Non questa volta, almeno. Eppure ci sono passata anch’io. Più e più volte negli anni scorsi. So esattamente cosa significa leggere parole così, anche quando non sono rivolte direttamente ai miei figli. Perché basta poco per tornare lì. A quel senso di esposizione. A quella sensazione di essere sotto processo senza diritto di replica.
Quelle frasi, pur indirizzate ad un altro bambino, mi hanno attraversata. Mi hanno rattristata. Mi hanno fatta infuriare. Mi hanno fatta sentire impotente. E incredibilmente sola. Perché quando sai cosa significa stare dall’altra parte, capisci che non si parla solo di un episodio e qualche messaggio su di una chat. Si parla di un clima. Di un giudizio che si allarga. Di un dito puntato su di te, sui tuoi bambini. E allora non riesci più a leggere quelle parole con distacco. Le senti addosso. Come se fossero state scritte per te.
Quando leggi e sai che quel bambino è tuo figlio, non ti indigni. Ti si spezza qualcosa dentro. Ti manca il respiro. Ti senti sprofondare.
Io sono una mamma adottiva. Ho due figli. Uno ha una disabilità invisibile. Invisibile a chi guarda da fuori, ma enorme nella sua complessità: difficoltà di regolazione emotiva, esplosioni impulsive, una fatica costante nel comprendere e gestire le dinamiche sociali. L’altro è iperattivo, fatica a inserirsi nel gruppo, è quello che in classe non sta attento, quello che sembra sempre altrove, quello che disturba.
E sì, a volte sbagliano. A volte reagiscono male. A volte fanno male. A volte urlano. A volte calciano. Graffiano, mordono o semplicemente sono troppo impegnativi da gestire.
Ma la domanda che mi brucia dentro è un’altra: cosa fa la scuola quando un bambino non si conforma?
Perché la verità è che l’inclusione, nella pratica, regge finché la diversità è silenziosa e conforme. Finché essere inclusivi è indossare #CalziniSpaiati. Finché non mette in crisi l’ordine della classe. Finché non richiede competenze, tempo, strategie.
Ho sentito insegnanti lamentarsi. Segnalare un bambino. Dire che non si può andare avanti così. Che non si riesce a fare lezione. Che serve un intervento della famiglia. E certo, la famiglia deve esserci. Io ci sono. Sempre. Ma la scuola dov’è quando servono strategie vere?
Dov’è la formazione su neurodivergenze, traumi, regolazione emotiva? Dov’è il lavoro strutturato sulle dinamiche di gruppo? Dov’è la capacità di leggere un comportamento come una richiesta di aiuto e non solo come un’infrazione?
Troppo spesso il disagio viene scambiato per maleducazione. Troppo spesso si punta il dito contro le famiglie, come se non sapessero educare i propri figli. Famiglie che ogni giorno fanno l’impossibile, che soffrono nel silenzio, che si sentono demoralizzate, sole, eppure non mollano mai. Ci si aspetta che facciano qualcosa in più, come se non stessero già facendo tutto. E di più!
E poi ci sono i genitori dei compagni di classe. Genitori che vedono il graffio, ed è giusto che lo vedano. Genitori che si indignano, ed è comprensibile. Ma che giudicano e condannano senza sapere. Che parlano di educazione come se fosse un interruttore acceso o spento. Che non immaginano neanche lontanamente cosa possa esserci dietro a un bambino che perde il controllo.
Sono genitori ignoranti. E non lo intendo come un’offesa, ma come una mancanza di conoscenza. Perché è più facile pensare che un bambino sia maleducato piuttosto che accettare che esistano fragilità complesse, invisibili, faticose. Difficoltà che non si risolvono con la bacchetta magica, che non spariscono con la semplice volontà, e che richiedono tempo, pazienza, comprensione e strategie concrete ogni singolo giorno. Difficoltà che hanno bisogno di sostegno, soprattutto da parte dalla comunità circostante.
E così succede che, proprio pochi giorni dopo la giornata dei #CalziniSpaiati, si costruiscono nuovi spazi di esclusione. Esclusione vestita da quel perbenismo che vuole sembrare preoccupazione, ma che lascia cicatrici invisibili, silenziose, profonde. Proprio su chi è già a terra, ferito, vulnerabile.
L’inclusione non è tolleranza. Non è sopportazione. Non è finché non dà fastidio. È un impegno costante e collettivo.
Io non giustifico i comportamenti sbagliati dei miei figli. Ma rifiuto la semplice narrativa in cui esistono solo bambini vittime e bambini colpevoli, famiglie perbene e famiglie che non educano.
La realtà è più difficile e complessa.
E la scuola dovrebbe essere il luogo in cui questa difficoltà viene accolta, studiata, affrontata insieme. Perché quando l’inclusione non regge davanti alla fatica, allora non è inclusione. È ipocrisia morale.
E allora voglio dire a tutti quei genitori che hanno prima indossato #CalziniSpaiati e poi scritto messaggi discriminatori sulla chat di gruppo che il primo provvedimento da prendere, per usare proprio le loro parole, non è punire o allontanare. È semplicemente essere umani.
E il gesto più inclusivo e vero che ognuno di noi può compiere è avvicinarsi a chi è in difficoltà e dire: ti vedo, so che stai faticando, mi dispiace. Come posso aiutarti?
