Quando la scuola smette di essere un posto sicuro

Bambina lasciata sola triste a scuola

Quest’anno di prima elementare è andato tutto a rotoli. Un disastro. Un vero incubo.

Non è una frase detta per rabbia del momento. È una presa di coscienza che arriva dopo mesi di osservazione, tentativi di dialogo, notti insonni e lacrime trattenute fino a quando non spengo la luce. Poi escono, inevitabili, silenziose, necessarie.

Insegnanti impreparate, inclusione carente, didattica lacunosa, disorganizzazione, isolamento e scarsa collaborazione: parole forti, sì. Ma purtroppo reali.

E l’aspetto più amaro è aver scoperto di non essere l’unica mamma a pensarla così. Non è un caso isolato. È un problema più ampio, a livello di Istituto, di gestione del Plesso.

Tutto ciò si riflette inevitabilmente anche nei colloqui con le insegnanti, dove ho sempre la sensazione che le mie idee non vengano assolutamente considerate. Forse, in quelle occasioni, dovrei presentarmi evidenziando il mio percorso di studi, sottolineando che la mamma di una bambina adottata e con disabilità non è affatto impreparata.

“Buongiorno maestra, ho una laurea in Business, una maturità socio-psicopedagogica, e ho un solido background in studi sociali acquisito in anni di percorso adottivo e di affido. Non parlo per sentito dire. Ho competenze ed esperienza!”

E soprattutto parlo perché sono una mamma, coinvolta, interessata, informata, che osserva, che ascolta, che si fa domande e pretende risposte.

Una mamma che vede sua figlia trasformarsi ogni volta che la lascia a scuola. Che vede spegnersi il suo entusiasmo, nascere insicurezze, crescere il senso di non essere abbastanza e nutrire quella sensazione di essere sbagliata. 

E questo è inaccettabile.

La scuola dovrebbe essere un luogo sicuro. Un posto dove ogni bambino, anche il più complesso, anche il più vivace, anche quello che fa fatica, trova uno spazio sicuro. 

A scuola ogni bambino dovrebbe incontrare uno sguardo che lo riconosce davvero. Qualcuno che lo comprenda, lo accompagni nel suo percorso, lo accolga senza giudizio e gli permetta di sbocciare per ciò che è.

Dovrebbe essere un luogo che include, non che esclude. Che accoglie, non che etichetta. Che sostiene, non scoraggia. Che valorizza, non che mortifica.

E invece no.

Nella scuola primaria di mia figlia i bambini vengono additati. Vengono definiti cattivi, difficili, problematici. Vengono allontanati, esclusi, lasciati a se stessi e poi colpevolizzati.

Situazioni che pesano come macigni su spalle così piccole. Pratiche che non educano, ma feriscono. Che non aiutano a crescere, ma insegnano a sentirsi sbagliati.

Si finisce per scaricare sui bambini la responsabilità di un sistema che non funziona. Li si trasforma nel problema, quando in realtà sono il segnale più evidente che qualcosa, così com’è, non sta funzionando.

E quando ho capito che questo non succede solo a mia figlia, ma anche ad altri bambini, allora qualcosa dentro di me si è rotto definitivamente

Perché a quel punto smette di essere una questione personale. Diventa una questione collettiva, sociale, culturale. Una responsabilità che non possiamo più permetterci di ignorare.

Perché nessun bambino dovrebbe essere messo con le spalle al muro. Nessun bambino dovrebbe sentirsi sbagliato a sei anni. Nessun bambino dovrebbe tornare a casa con il peso di etichette che non gli appartengono.

Mancano poco più di due mesi alla fine di questa prima primaria. Due mesi che dovrebbero essere un tempo di crescita, di consolidamento, di serenità e di leggerezza. La fine di un  primo anno a scuola ricco di relazioni e nuove conoscenze.

Ed invece diventano un conto alla rovescia, un tirare avanti con la speranza di limitare i danni, con l’auspicio che l’estate possa, almeno in parte, lenire quelle ferite che non dovrebbero esistere e che questi bambini si ritrovano addosso.

Ma una cosa è certa: non posso più rimanere a guardare, né accettare in silenzio che tutto questo venga normalizzato. Quindi ne scrivo qui, e invito tutti a commentare, condividere le esperienze, a dare voce ai dubbi e ai problemi.

Perché dietro ogni giudizio c’è un bambino. Dietro ogni voce, un bambino con la sua storia. Dietro ogni silenzio, un bambino che merita ascolto.

E finché qualcuno continuerà a chiamare tutto questo educazione, io continuerò a schierarmi dalla parte dei bambini, a difenderli, a lottare per loro. 

Perché questa non è educazione. Non è inclusione. Non è scuola Primaria. 

È il segno evidente di un equilibrio che si è spezzato. È il limite che non possiamo più oltrepassare.

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Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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