Ci sono stati momenti, nella mia vita di mamma di due bambini, in cui mi sono sentita completamente impreparata. Non parlo delle cose pratiche, come compiti, regole, scuola. Parlo di quei momenti in cui le emozioni diventano travolgenti e immense, di quei momenti in cui i tuoi figli ti guardano con occhi pieni di emozioni che sembrano essere troppo grandi per i loro corpi. Di quelle crisi emotive che esplodono all’improvviso e ti fanno pensare: ma cosa sto sbagliando? Cosa posso fare ora?
Per tanto tempo ho cercato risposte nei posti sbagliati. Pensavo che servisse più fermezza. Più coerenza. Più regole. Più forza. E quando questo approccio non funzionava, provavo il contrario: più dolcezza, più comprensione, pazienza infinita. Oscillavo tra controllo e senso di colpa, tra voler fare la mamma comprensiva e sentirmi sempre inadeguata.
Poi, su suggerimento di un papà adottivo, ho scoperto il lavoro di Karyn Purvis. Qualche video su YouTube, e poi i suoi libri.
Karyn Purvis (1949-2016) è stata una psicologa americana, specializzata nell’attaccamento e nel trauma infantile, fondatrice del modello educativo TBRI (Trust Based Relational Intervention). Purvis ha dedicato la sua vita a studiare i bisogni dei bambini che hanno vissuto traumi, abbandoni, rotture nelle relazioni primarie. Bambini che spesso venivano definiti difficili. Lei, invece, li guardava in un modo diverso, innovativo. Sosteneva che dietro ogni comportamento c’è un bisogno. Che prima di correggere il comportamento bisogna creare connessioni. Che la relazione è il terreno su cui tutto cresce.
Tra i suoi libri, The Connected Child è certamente quello che mi ha insegnato di più. Non è un manuale di istruzioni: è un invito a cambiare sguardo, ad approcciarsi in maniera diversa nelle relazioni. A guardare oltre quello che vediamo in superficie, oltre il comportamento, e a chiederci cosa sta veramente succedendo dentro i nostri bambini.
Ci sono alcune frasi di Purvis che hanno lasciato un segno profondo in me:
When your child feels truly safe, doors swing open to positive change. (Quando tuo figlio si sente davvero al sicuro, si aprono le porte al cambiamento positivo)
Questa frase, semplice e quasi banale, insegna che prima di correggere i comportamenti, dobbiamo far sentire i nostri figli sicuri, amati e accolti per quello che sono. Per Purvis, la sicurezza infatti non è solo fisica, ma soprattutto emotiva e relazionale: quando un bambino percepisce protezione, comprensione e connessione con l’adulto, il suo cervello esce dalla modalità di difesa (paura, attacco, chiusura) e diventa più aperto ad apprendere, fidarsi e modificare i propri comportamenti.
Un’altra frase che mi è rimasta dentro e che reputo fondamentale è:
Parents who are seriously committed to helping a troubled and challenged child thrive will vastly increase their odds of success by making a fundamental policy decision: to slow down their lives and put their child’s needs first. (I genitori che sono seriamente impegnati ad aiutare un bambino in difficoltà a fiorire aumenteranno enormemente le loro possibilità di successo prendendo una decisione fondamentale: rallentare la propria vita e mettere al primo posto i bisogni del loro bambino.)
Secondo Purvis, se dei genitori vogliono davvero aiutare un bambino con difficoltà emotive, devono fare una scelta chiara: rallentare la propria vita e mettere al centro i suoi bisogni. Non basta l’impegno a parole o saltuario, serve presenza concreta e costante. Solo così aumentano davvero le possibilità che il bambino possa stare meglio e crescere in modo sereno.
E poi una strategia pratica:
Start the healing process by keeping a journal of your child’s daily activities and behavior… after about a week or two… patterns emerge. (Inizia il processo di guarigione tenendo un diario delle attività quotidiane e dei comportamenti di tuo figlio… dopo circa una o due settimane… inizieranno a emergere degli schemi.)
Secondo Purvis, per iniziare un percorso di guarigione con i nostri bambini, può essere utile tenere un diario delle attività quotidiane e dei comportamenti del bambino. Dopo una o due settimane, rileggendo ciò che si è scritto, iniziano ad emergere dei modelli ricorrenti. Questo aiuta i noi genitori a capire meglio cosa c’è dietro certi comportamenti e a intervenire in modo più consapevole.
Quando ho iniziato a leggere The Connected Child qualcosa in me è cambiato, quasi come se avessi sviluppato una maggiore consapevolezza sulle dinamiche relazionali con i miei figli. Non è il solito libro che dice cosa fare per ottenere un certo risultato. Non è un manuale per aggiustare quello che c’è di sbagliato nel bambino. È un invito a cambiare sguardo.
L’insegnamento che mi ha colpito di più è stato questo: i bambini non si comportano male perché vogliono sfidarci o provocarci. Spesso stanno reagendo a qualcosa che li mette in allarme. Il loro sistema nervoso va in modalità sopravvivenza e noi vediamo solo l’esplosione finale. Ma sotto c’è paura, insicurezza, bisogno di controllare le situazioni.
Così ho ripensato a tanti momenti con i miei figli, e provato a reinterpretarli sotto questa nuova chiave. Ho ripensato alle urla per un mio no detto al supermercato. Alle porte sbattute. Ai molti sei cattiva gridati in faccia quando la frustrazione diventa troppo grande. Alle pagine dei libri di scuola strappati, ai calci presi, agli oggetti lanciati, al rifiuti categorici di fare una cosa piuttosto che un’altra .
Ogni volta mi ero sentita ferita, sfidata, arrabbiata. Esasperata. Ora, invece, provavo a fermarmi e a chiedermi cosa stesse succedendo dentro i miei figli, di che cosa avessero davvero bisogno in quel momento. Quelle reazioni che vedevo non le leggevo più come attacchi, ma come il loro modo, ancora confuso e istintivo, di esprimere un bisogno profondo, primordiale, che non riuscivano a spiegare a parole.
È da lì che ho iniziato a capire cosa intendesse Purvis con Therapeutic Parenting: un approccio genitoriale fondato sulla connessione e sull’empatia, che richiede ai genitori uno sforzo consapevole per comprendere i bisogni emotivi dei nostri figli. L’obiettivo è aiutarli a sentirsi al sicuro e, a partire da quella sicurezza, imparare gradualmente ad autoregolarsi.
Il Therapeutic Parenting non è una tecnica miracolosa, né un elenco di strategie da applicare come una ricetta. È un modo di instaurare una relazione. È scegliere, ogni giorno, di rispondere al bisogno emotivo dei nostri figli prima ancora che al loro comportamento. Ed è difficile: richiede impegno, presenza e costanza, qualità che non sempre mi vengono spontanee, ma che provo ad allenare passo dopo passo.
Il Therapeutic Parenting significa avvicinarsi quando vorremmo allontanarci, abbassare la voce quando l’altro urla, mantenere i limiti senza spezzare il legame. Per me ha voluto dire imparare a regolare prima di tutto me stessa: è inutile parlare di calma e connessione quando sono io la prima a essere sopraffatta. Ho capito che quando reagisco d’impulso, sto rispondendo alle mie ferite, non ai bisogni dei miei figli.
Non è un percorso lineare e ci sono giorni in cui mi sento che per ogni passo avanti che faccio, ne faccio il doppio all’indietro. Ci sono giorni in cui mi riesce naturale fermarmi, guardare i miei figli con tranquillità e dire loro: vedo che sei arrabbiato, sono qui per te oppure mi sembra che le tue emozioni stiano diventando troppo grosse, vuoi un abbraccio?.
E poi ci sono giorni in cui magari sono nervosa, oppure non sto bene e la mia pazienza ha il filo corto. In quei giorni sbaglio, alzo la voce, mi irrigidisco, li allontano. La differenza, però, è che oggi so che posso riprovare. Fermarmi e ripartire. Riparare
Riparare è una parola che prima non usavo. Pensavo che un genitore dovesse essere sempre sicuro, sempre coerente, sempre saldo. Invece ho scoperto che chiedere scusa non toglie autorevolezza, ma costruisce fiducia. Tornare dai miei figli e dire: prima mi sono arrabbiata, ho urlato con te. Scusa. Riproviamo. è uno dei gesti più importanti che abbia imparato.
Un altro aspetto importante che mi ha insegnato il libro The Connected Child è l’idea che la connessione non è un premio dopo il comportamento giusto. È la base. Non si dà amore SE il bambino si comporta bene. L’amore e la presenza sono il punto di partenza, non la conseguenza.
Questo aspetto mi ha costretta a guardare alle mie aspettative, ai miei automatismi, alla mia idea di bravo bambino. Mi ha spinto ad ascoltare di più. A tollerare i momenti di disregolazione emotiva senza voler interromperli subito.
Essere mamma di due bambini adottati, con i loro traumi e le loro disabilità, significa sforzarsi continuamente per trovare questo equilibrio: tra il guidare e il lasciare spazio, tra il contenere e il permettere, tra il dire no e il dire sono qui.
Il Therapeutic Parenting non elimina la fatica. Non rende tutto semplice. Anzi, a volte è terribilmente complicato. Ma mi aiuta a trovare una direzione quando le situazioni sembrano troppo grandi per essere gestite.
Oggi, quando mi trovo in mezzo a una tempesta emotiva, provo a ricordarmi questo: i miei figli non sono i miei avversari. Sono bambini che stanno scoprendo il loro mondo emotivo. E io non sono un giudice. Sono la loro base sicura.
Non sempre mi riesce. Ma ogni giorno ci riprovo. E ripenso a quello che Purvis dice: It’s not about being in control; it’s about helping the child feel safe (Non si tratta di avere il controllo; si tratta di aiutare il bambino a sentirsi al sicuro.) E ogni volta che scelgo la connessione invece del controllo, sto insegnando ai miei figli che il mondo può essere un posto sicuro.

The Connected Child di Karyn Purvis è un libro davvero prezioso per chi vuole capire meglio i bisogni emotivi dei bambini con storie difficili: offre strumenti pratici e uno sguardo pieno di empatia.
Lo consiglio volentieri, anche se purtroppo al momento si trova solo in inglese.
