Ci sono giorni in cui la rabbia entra in casa senza bussare. Non fa subito rumore, ma si sente nell’aria, come una tensione che si insinua tra le pareti. Poi esplode all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno: un NO gridato, un gioco lanciato, un calcio ben assestato, lacrime che sembrano non finire mai.
A casa nostra succede spesso, quasi ogni giorno. Succede soprattutto con mia figlia neurodivergente, con tratti oppositivi, che fatica enormemente a controllare le emozioni quando diventano troppo grandi. Non perché non voglia, ma perché il suo sistema nervoso è come magma sotto una crosta sottile: sempre sul punto di spaccarsi ed esplodere.
Per molto tempo ho interpretato i suoi comportamenti come sfide da gestire, prove di pazienza. Poi ho cominciato a capire che la sua opposizione è un modo per difendersi, per proteggersi da qualcosa che non riesce a controllare. Quando la rabbia diventa enorme e il corpo si muove prima della mente, dire NO è spesso l’unico modo per tentare di calmare quell’emozione che cresce fino a non avere più spazio dentro di lei. E quando nemmeno gli argini del NO bastano, esplode, incontenibile come un fiume in piena.
In quei momenti ho imparato a fermarmi. A respirare piano, a rallentare il tono della voce, a ricordarmi che se mi irrigidisco, lei va ancora più in allarme. Non cerco di vincere lo scontro. Non insisto perché smetta di urlare. Cerco di restare e di instaurare una relazione, anche quando la tentazione di allontanarmi è forte, e quando il desiderio di urlare più forte di lei o di ricorrere a minacce prende il sopravvento.
Vorrei poter dire che riesco sempre a restare calma, ma non sarebbe vero. Ci sono volte in cui sbaglio, in cui perdo il controllo. Eppure non mi arrendo: raccolgo i pezzi e ci riprovo, ogni singola volta.
E forse va bene così. Ho rinunciato da tempo a cercare di essere la mamma perfetta agli occhi dei miei figli: un po’ per la mia evidente incapacità , ma soprattutto per mostrare loro che, se posso sbagliare io, possono sbagliare anche loro senza sentirsi in colpa.
Restare nei momenti di disregolazione significa accompagnarla, farle capire che le sue emozioni hanno un posto, che non è sbagliato sentirsi così. Parlare con lei della rabbia, dell’ansia e della frustrazione, aiutarla a dare un nome a ciò che ancora non sa riconoscere, è il primo passo verso la sua intelligenza emotiva. Dire frasi come vedo che sei molto arrabbiata, oppure questa emozione è troppo grande da tenere dentro, o anche io mi sento arrabbiata a volte, non calma subito la tempesta, ma offre un punto fermo e chiaro: non sei sola.
Con il tempo, questo semplice atto di riconoscimento diventa uno strumento prezioso per orientarsi dentro le proprie emozioni, per capire che crescono, cambiano e passano.
Ogni crisi diventa così un’opportunità : non un fallimento educativo, ma un’occasione per insegnare la co-regolazione. I bambini non hanno bisogno di ascoltare spiegazioni infinite su cosa sia giusto fare o dire. Ci osservano in silenzio, anche quando non ce ne accorgiamo, e imparano soprattutto da come affrontiamo le nostre emozioni, più di qualsiasi parola.
La calma non è un traguardo immediato, è una conseguenza lontana, che nasce dalla relazione, dal sentire insieme, dal riconoscere insieme ciò che accade dentro. Il mio obiettivo non è crescere una bambina obbediente o tranquilla, ma una bambina che impari, passo dopo passo, a convivere con emozioni intense senza sentirsi sbagliata.
E forse, la cosa più importante che ho imparato è questa: accompagnare un bambino nella sua rabbia non giustifica il comportamento, ma insegna qualcosa di profondo: le tue emozioni hanno un posto, anche qui, anche adesso, e io resto con te finché passano.
Ed è da qui che nasce davvero l’autoregolazione. Non dal controllo, ma dalla presenza, dalla connessione emotiva.

Giacomino Bollicino conquista le bolle della rabbia è un libro pensato per quei bambini che fanno fatica a riconoscere e controllare la propria rabbia, e per i genitori che ogni giorno si trovano ad accompagnarli nei loro momenti di tempesta emotiva.
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