Quando la scuola rinuncia, sono i bambini a pagarne il prezzo

bimba che piange contro un muro

Ci sono momenti in cui la mia rabbia non esplode. Non alzo la voce, non faccio scenate. La mia rabbia sembra depositarsi piano, giorno dopo giorno, tra le righe del registro elettronico, nelle note giornaliere che si ripetono sempre uguali, nella sensazione che nulla a scuola stia funzionando come deve.

Mia figlia è in prima elementare. È una bambina allegra, sociale, curiosa. Ma anche oppositiva, disregolata, a volte aggressiva. Ha una disabilità invisibile: non si vede a colpo d’occhio, ma esiste e a volte non è semplice da gestire. Quello di cui ha bisogno mia figlia è una cosa semplice: essere capita, essere accolta, essere inclusa.

Per arrivare fin qui ho fatto quello che fanno tanti genitori: ho studiato, chiesto, insistito. Ho bussato a porte, compilato moduli, partecipato a incontri. Mi sono battuta perché le venisse riconosciuto ciò che le spetta: 22 ore di insegnante di sostegno, 10 ore di educativa. Dieci ore. Quasi un miracolo direi. Ore che dovrebbero essere un aiuto concreto, una possibilità, una fortuna.

E invece no.

Ogni giorno apro il registro e trovo una nota. Ogni giorno una piccola fotografia distorta di mia figlia: è scappata dalla classe, è stata oppositiva, ha danneggiato proprietà della scuola, ha morso e dato calci. Ogni giorno il racconto di quanto sia stata difficile, di quanto le insegnanti abbiano dovuto cercare di contenerla, di gestirla. Mai, quasi mai, una parola su cosa si è provato a fare per aiutarla. Su come si è cercato di capirla. Su quale strategia si è tentato di attuare insieme.

A forza di leggere, a forza di sentire, a forza di vedere, arriva un momento in cui smetti di cercare giustificazioni. E capisci. Capisci che non è tua figlia a non riuscire a stare dentro la scuola. Capisci che è quella scuola a non essere in grado di stare con lei.

Perché gestire la complessità è difficile. Richiede competenze, certo, ma anche disponibilità a mettersi in discussione. Richiede fatica, pazienza, creatività. Richiede di cambiare sguardo. E non tutti sono disposti a farlo. È più facile nascondersi dietro un abbiamo le mani legate, non possiamo fare di più, mi è stato detto di scrivere tutto quello che succede.

Così succede una cosa che dovrebbe farci inorridire: invece di adattare il contesto al bambino, si chiede al bambino di adattarsi ad un contesto che non lo accoglie. E quando non ci riesce, la responsabilità diventa sua.

In altri ambiti, non saper fare il proprio lavoro ha delle conseguenze. Si studia, ci si forma, si migliora. O si cambia lavoro. Nella scuola, troppo spesso, no. Per ogni insegnante che ci prova davvero, c’è ne almeno un’altra che ha rinunciato a provarci da tempo. Nella scuola le difficoltà degli insegnanti si trasformano in etichette, e le etichette si attaccano addosso ai bambini. I bambini diventano problemi da gestire e le maestre martiri, e nessuno si chiede davvero dove sia finita la responsabilità educativa.

E allora arriva la decisione che non avrei voluto prendere. Il prossimo anno mia figlia cambierà scuola. Non perché sia giusto. Non perché sia facile. Ma perché restare significherebbe accettare un altro anno di esclusione, emarginazione e rinunce.

Cambiare scuola vuol dire ricominciare tutto da capo. Nuovi insegnanti, nuovi compagni, nuovi equilibri da costruire. Vuol dire affrontare paure che a sei anni non dovrebbero esistere. Vuol dire lasciare una scuola a tre minuti a piedi da casa e ritrovarsi ogni giorno in macchina, nel traffico, a fare chilometri che pesano non solo in distanza, ma per quello che rappresentano.

È una fatica pratica, certo. Ma è soprattutto una fatica emotiva. Perché mentre mia figlia dovrà trovare ancora una volta il suo posto nel mondo, chi non ha saputo accoglierla e capirla resta li. Senza conseguenze. Senza responsabilità.

E allora sì, oggi sono arrabbiata. E delusa. Perché ho la sensazione che il sistema scolastico, troppo spesso, sia costruito per proteggere chi ci lavora, più che per tutelare davvero chi lo vive ogni giorno: i bambini. Soprattutto quelli che avrebbero più bisogno di essere visti, capiti, accompagnati.

E allora vorrei gridarlo al mondo, vorrei che qualcuno che conta davvero mi ascoltasse: quando la scuola rinuncia a un bambino, non è mai una sconfitta del bambino. È una sconfitta della scuola.

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Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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