Quello che ho imparato durante il mio percorso di adozione: perdita, trauma e amore

Mani che delicatamente proteggono un germoglio che spenta dal terreno secco

Ho ricevuto una telefonata, poco prima di tornare in Italia dall’ente adozioni che aveva seguito la nostra prima adozione. Mi chiedeva se volessi condividere la mia esperienza durante una serata informativa per futuri genitori adottivi. Ho esitato: non amo parlare in pubblico. Poi, con un respiro profondo, ho detto sì.

Ho accettato perché ci sono aspetti dell’adozione che nessun corso può davvero insegnare, aspetti che solo chi ha vissuto l’adozione può raccontare. L’adozione è un viaggio meraviglioso, ma anche complesso, faticoso, a volte doloroso. E se la mia esperienza poteva essere d’aiuto anche solo ad una coppia, allora valeva la pena condividerla.

Arrivati alla nostra prima serata dei corsi preadottivi, io e mio marito eravamo pieni di speranza, convinti di essere pronti a tutto. Oggi posso dirlo con sincerità: non lo eravamo. Stavamo entrando in un mondo sconosciuto, senza strumenti per comprenderlo davvero, completamente ignari di ciò che ci aspettava.

All’epoca immaginavo l’adozione come un processo lineare, semplice, quasi magico: un passaggio obbligato per arrivare a formare una famiglia felice, come quelle delle riviste o del Mulino Bianco. Pensavo che una volta concluso il percorso, tutte le difficoltà, le paure e le sfide dell’adozione sarebbero scomparse.

La realtà, invece, è stata ben diversa. E mi ha insegnato tre importanti verità.

La prima grande verità che ho imparato è questa: l’adozione nasce sempre da una perdita. Per tutti.

I genitori adottivi spesso arrivano all’adozione dopo il dolore dell’infertilità. Quel vuoto, quel desiderio mancato, va prima riconosciuto e attraversato. Un bambino adottato non è un sostituto di un figlio biologico. È qualcosa di altrettanto prezioso, ma diverso, con una propria storia e un proprio cuore da scoprire.

Il bambino adottato, invece, porta con sé una perdita enorme: genitori, famiglia, casa, lingua, affetti, certezze. Spesso, più di una volta. È un dolore così grande da sfuggire alla piena comprensione di noi adulti. Possiamo solo accoglierlo, rispettarlo, accompagnarlo con delicatezza e presenza.

Anche le famiglie affidatarie vivono il peso della perdita. Non sono prive di amore, come troppo spesso si pensa. Anzi, in molti casi quell’amore è profondo, genuino, radicato. Come genitori adottivi, il nostro compito è accoglierlo senza paura, riconoscerne il valore e permettere che diventi parte della rete di affetti che sosterrà il bambino nella sua vita futura.

La seconda verità che ho imparato è che non esiste adozione senza trauma.

Portare un bambino in una nuova famiglia non cancella il dolore che ha vissuto, non annulla le ferite lasciate dalle perdite, dalle separazioni, dalle esperienze difficili. Quelle cicatrici li accompagneranno sempre, anche quando tutto sembra andare bene, anche quando il bambino sorride o ci chiama mamma per la prima volta.

L’elaborazione del trauma richiede tempo, pazienza e un sostegno costante. Non è lineare: ci saranno passi avanti e ricadute, momenti di grande gioia alternati a giorni di sconforto. Questo processo mette alla prova tutti i membri della famiglia, noi genitori compresi. È normale sentirsi stanchi, sopraffatti, a volte inadeguati o colpevoli.

Per questo chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di coraggio. Cercare supporto, confidarsi, affidarsi a professionisti o ad altri genitori adottivi è fondamentale. E allo stesso tempo è essenziale prendersi cura di sé: il nostro benessere diventa la base su cui il bambino può sentirsi sicuro, accolto e amato.

L’adozione è un percorso complesso, spesso doloroso, ma anche straordinariamente pieno di significato. Accettare la presenza del trauma, riconoscerlo e affrontarlo con delicatezza è il primo passo per costruire legami autentici e duraturi, basati su fiducia, amore e comprensione reciproca.

Infine, l’ultima verità che ho imparato è che i corsi preadottivi non insegnano ad amare.

Quando tuo figlio arriva, dopo mesi di attesa, foto, racconti e preparazione, lo incontri come uno sconosciuto. E lo stesso accade a tuo figlio. A volte l’amore non scatta subito. Questo può spaventare, far sentire non all’altezza, persino sbagliati.

L’amore non è qualcosa che si accende all’istante. Ha bisogno di tempo, di pazienza, di piccoli gesti quotidiani che costruiscono fiducia e sicurezza. Ha bisogno di connessione, di sguardi condivisi, di carezze, di ascolto silenzioso. È un legame che cresce giorno dopo giorno, a volte più lentamente di quanto immaginiamo, ma con una profondità che nessun corso può insegnare.

Come scrive Karyn Purvis, psicologa americana ed esperta di adozione e trauma che ammiro profondamente, i genitori adottivi diventano genitori biologici attraverso il legame emotivo. Quelle parole mi hanno dato speranza nei momenti in cui mi sentivo persa, aiutandomi a ricordare che l’amore non si forza, ma cresce con il tempo.

Quindi è importante concedersi pazienza, e concederla ai nostri figli. Bisogna imparare ad accogliere ogni piccolo passo, ogni sorriso, ogni gesto di fiducia. L’amore arriverà, non sempre come un colpo di fulmine, ma come una radice che si insinua piano nel cuore, forte e resiliente.

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copertina del libro la principessa caterina
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Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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