Oggi ho avuto un interminabile incontro con un’assistente sociale che ha concluso una lunga lista di lamentele da parte della scuola con una frase che mi ha lasciato senza parole, incredula.
Alla fine, avere sua figlia è stata una sua scelta. Gli altri non devono subire le sue scelte.
In quel momento ho lasciato correre. Forse ho sperato di aver capito male, di aver frainteso. Perché non riesco a credere che una professionista il cui lavoro è supportare e aiutare le famiglie possa pronunciare parole che pesano più di qualsiasi diagnosi mai ricevuta per mia figlia.
Mia figlia. Una bambina. Adottata. Disabile. In prima elementare.
Sì, essere sua mamma è stata una mia scelta. Ma lei non è una scelta. Non è un’opzione. Non è un errore di percorso. Non è un problema da spostare fuori dalla scuola per rendere tutto più semplice.
Mia figlia fatica a regolare le emozioni, a fidarsi, a stare dentro relazioni che sente come minacciose. A volte è oppositiva. A volte è aggressiva. A volte è un tornado che travolge tutto. Anche me, i compagni, gli amici e le maestre.
E non è perché non voglia fidarsi, né perché non voglia stare seduta come gli altri compagni, o essere una bambina modello. È perché dentro di lei c’è un turbinio di emozioni troppo grandi, dove ansia e paura prendono regolarmente il sopravvento. E, soprattutto, perché non sa fare diversamente.
E allora mi chiedo: da quando una bambina viene allontanata dalla classe perché fa fatica? Da quando l’inclusione vale solo finché non disturba? Da quando i diritti dei più fragili diventano scelte personali da far pagare alle famiglie?
Io ho scelto di essere sua madre. Ma mia figlia non ha scelto la sua storia. Non ha scelto l’abbandono, l’incertezza dei primi anni di vita, la sua diagnosi, le ferite che si porta addosso.
E non posso accettare che venga trattata come qualcosa che gli altri devono subire. Come un problema da contenere. Come una fonte di paura.
Perché una società che allontana i bambini invece di comprenderli non sta proteggendo nessuno: né i compagni di classe, né le maestre, né il personale scolastico, né le famiglie. Sta solo insegnando pregiudizi ed esclusione.
Ed io, per mia figlia, continuerò a parlare. A lottare. A pretendere inclusione.
Anche quando mi vengono rivolte parole discriminatorie. Anche quando fa male. Anzi, soprattutto quando fa male.
