Stato di assedio: i miei figli sembrano odiarsi

Bambini che si picchiano e litigano tirando pugni l'uno all'atro

Non so se succede anche in altre case, ma nella nostra da qualche tempo sembra esserci una guerra continua. Siamo sotto assedio.

Non una di quelle rivalità tra fratelli di cui tutti parlano con un mezzo sorriso, dicendo frasi come “ma si è normale, battibeccano, vedrai che passa”. Io quella frase l’ho sentita tante volte. E all’inizio ci ho anche creduto. Ma quello che stiamo vivendo noi, sembra qualcosa di diverso. Sembra guerra aperta. Crudele. Devastante. Calcolata.

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Ho due figli, uno di dodici anni e una di sei. E ogni giorno ho l’impressione che passino la maggior parte del loro tempo a cercarsi solo per provocare, litigare, ferirsi.

La giornata comincia presto. Spesso ancora prima che io abbia davvero aperto gli occhi. Basta pochissimo: uno sguardo, un buongiorno detto con un tono che loro reputano sbagliato, il posto in prima fila sulle scale di casa, la tazza della colazione sbagliata. E la miccia è accesa.

Lì si gioca la prima battaglia, che poco dopo porta a urla e pianti. Urla vere, a squarciagola. Poi arrivano i dispetti, le provocazioni, le accuse reciproche. Si pizzicano, si danno fastidio di proposito, danneggiano le cose dell’altro. Si picchiano, danno calci, spingono, insultano.

È come se ciascuno dei due sapesse esattamente dove colpire l’altro per farlo esplodere.

La cosa che mi lascia più spiazzata, però, è un’altra. Non si difendono mai l’uno con l’altra. Non si alleano mai. Non c’è quel momento in cui uno protegge l’altro o si mette dalla sua parte. Non si alleano neppure contro noi genitori. Se uno è in difficoltà, l’altro raramente lo sostiene. A volte sembra quasi il contrario: come se la fragilità dell’altro fosse un’occasione per provocare ancora di più. Uno spiraglio per colpire più a fondo.

Io sto nel mezzo, tutto il giorno. Con la testa che pulsa per il rumore continuo, il cuore stretto in una morsa, e una stanchezza emotiva che a volte diventa un’amarezza difficile persino da nominare, figuriamoci da gestire.

Cerco di spiegare, di farli ragionare, di mettere parola su quello che succede. Altre volte li separo. Ognuno nella propria stanza. A volte tolgo un privilegio, altre volte provo a facilitare momenti insieme. Abbiamo provato a organizzare attività comuni, a dividere gli spazi, a creare regole più chiare. Abbiamo provato a mediare, punire, ignorare, e accettare.

Ma la sensazione, ultimamente, è che niente stia funzionando davvero. Anzi, nell’ultima settimana mi sembra che tutto sia peggiorato. A volte ho perfino l’impressione che non sia più solo impulsività o rivalità: sembra siano diventati più calcolati, più raffinati nel trovare il modo di colpirsi a vicenda.

Urlano dal momento in cui si svegliano fino a quando vanno a letto. Anche qualcosa di banalissimo come sedersi sul divano per guardare la televisione o come dividersi la coperta, diventa un problema enorme, una trattativa infinita che spesso finisce in un’altra lite.

Io mi ritrovo a fare l’arbitro, il giudice, il poliziotto, e a volte anche la mediatrice che prova a rimettere insieme i pezzi e a riportare un po’ di pace. Sempre. E ci sono momenti in cui, esausta fisicamente e moralmente, l’unica cosa che riesco a fare è smettere di intervenire e ignorare tutto.

E a un certo punto, lo ammetto, mi succede una cosa che mi fa anche un po’ paura dirla ad alta voce: mi viene voglia di scappare. Non in senso figurato. Proprio uscire di casa, fare due passi, respirare aria che non sia piena di urla. Perché quando il livello di tensione diventa così alto che mi sembra di non riuscire più a respirare, sento che il prossimo attacco di panico è lì, dietro l’angolo, pronto a travolgermi.

Mi chiedo continuamente dove sto sbagliando. Come posso migliorare. Perché non sono stata capace di facilitare tra loro un legame più forte, più gentile, più solidale. Se mi è sfuggito qualcosa di fondamentale. Quando guardo altre famiglie, a volte mi sembra di vedere un mondo diverso. Fratelli che giocano insieme, che ridono, che si cercano. Non dico che non litighino, ma sembrano avere anche momenti di alleanza, di complicità.

Da noi quei momenti sono utopia.

E allora sì, ci sono giorni in cui mi sento profondamente stanca. Esausta. Quando passo ore e ore a spegnere incendi, e ad un certo punto la pazienza si consuma. Non perché amo meno i miei figli, ma perché sono umana.

Voglio provare a credere che sotto tutto questo astio un legame tra i miei figli ci sia. Che esista, anche se adesso faccio fatica a vederlo. Forse è nascosto sotto strati di rabbia, competizione, crescita complicata. Forse seppellito sotto le ferite dell’adozione, sotto quel bisogno profondo e incontrollabile di mettere continuamente alla prova il mio amore, per capire se regge davvero.

Forse stanno solo cercando il loro posto nel mondo, e ancora non conoscono un modo migliore per farlo.

Io posso solo restare qui. Continuare a provarci. Anche nei giorni in cui mi sembra impossibile. Perché a volte crescere dei figli è la cosa più semplice del mondo. Ma altre volte è un lavoro durissimo.

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Categorie: Blog
Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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