Quando la lingua è identità: crescere figli adottivi bilingue

Bambini disesi in corcolo con bandierine che indicano la provenienza

Ci sono scelte educative che nascono dalla teoria, e altre che prendono forma da una storia vissuta. La nostra affonda le radici in vent’anni vissuti nel Regno Unito e nell’incontro con i nostri figli adottivi.

Per due decenni l’inglese è stato il sottofondo costante della nostra vita: il lavoro, le relazioni, la quotidianità, i pensieri detti ad alta voce e quelli silenziosi. Non era una lingua in più o una seconda lingua. Era semplicemente la lingua della nostra quotidianità. Quando siamo tornati in Italia, ci siamo portati dietro non solo un accento, ma un modo di pensare e di sentirci.

Poi sono arrivati i nostri figli. Adottati nel Regno Unito. Bambini la cui prima lingua è l’inglese. 

L’inglese è la lingua in cui hanno imparato a conoscere il mondo, a esprimere le emozioni, a creare connessioni, a costruire rapporti. L’inglese è la lingua che li ha accompagnati prima di noi.

In quel momento la domanda non è stata se mantenere l’inglese, ma come proteggerlo. Come fare in modo che, entrando in una nuova famiglia e in un nuovo contesto linguistico, non perdessero la loro voce interiore. 

Perché la lingua madre non è solo comunicazione. È identità. È memoria. È continuità.

Chiedere a un bambino adottivo di abbandonare la propria lingua significa, spesso senza volerlo, chiedergli di lasciare indietro un pezzo di sé. E questo, per noi, non era un’opzione.

Così il bilinguismo è diventato una scelta allo stesso tempo naturale e intenzionale. Non per aggiungere competenze, ma per non togliere nulla. L’italiano è entrato piano piano, come una nuova dimensione da esplorare, mentre l’inglese è rimasto un luogo sicuro a cui tornare.

Non è sempre semplice. Ci sono momenti in cui le lingue si intrecciano, frasi che iniziano in inglese e finiscono in italiano, parole che si cercano e non arrivano. Ci sono fasi in cui una lingua sembra prendere il sopravvento e l’altra arretrare. Ma abbiamo imparato che questo non è un segnale di confusione: è un processo di adattamento, di crescita, di integrazione e di coesistenza delle due lingue.

Abbiamo scelto di non forzare l’uso di una lingua rispetto all’altra. Di essere coerenti ma flessibili, presenti senza rigidità. Libri, giochi, routine quotidiane in entrambe le lingue. Conversazioni che seguono il bisogno emotivo prima ancora di una regola linguistica. Perché, soprattutto con bambini adottivi, la lingua è anche regolazione emotiva: è il luogo in cui si sentono capiti e sicuri.

Preservare l’inglese, per noi, significa dire ai nostri figli che quello che erano prima di noi ha valore. 

Il bilinguismo, nella nostra famiglia, non è una performance educativa, né un obiettivo da raggiungere in fretta. È un cammino quotidiano fatto di pazienza, ascolto e fiducia. È accettare che i nostri figli abbiano i propri tempi, e che la vera vittoria non si misura nella perfezione linguistica, ma nel loro benessere.

Crescere bambini bilingue, soprattutto quando sono bambini adottivi, significa offrire uno spazio in cui tutte le parti della loro identità possano convivere. Significa non chiedere di scegliere una lingua per appartenere, ma permettere di appartenere in tutte le lingue che sentono dentro.

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Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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