Ci sono storie che trovano spazio ovunque, e altre che restano ai margini, come se raccontarle fosse meno urgente, meno necessario.
Nel mondo dell’adozione, per esempio, si parla (giustamente) tantissimo dei bambini: delle loro ferite, delle loro paure, delle loro fatiche. Si cerca di comprenderli, di proteggerli, di dare parole a ciò che spesso parole ancora non ne ha.
E poi ci siamo noi. I genitori adottivi.
Noi restiamo un po’ sullo sfondo, come se il nostro ruolo fosse quello di essere pronti, sempre all’altezza, sempre giusti. Come se il fatto stesso di aver scelto l’adozione ci rendesse automaticamente capaci, resilienti, quasi immuni dagli errori.
Non è così.
Io non lo ero quando ho iniziato questo percorso 13 anni fa. Non lo sono ancora oggi. E probabilmente non lo sarò mai.
Diventare mamma adottiva di due figli non mi ha resa una persona migliore. Mi ha resa più consapevole. Ma anche più fragile, più esposta, più vulnerabile. Ho scoperto che l’amore non sempre basta. O meglio: è necessario, ma non è una bacchetta magica. Non sistema tutto. Non cancella le ferite del passato. Non evita gli ostacoli del futuro e le cadute.
E di cadute ce ne sono state tante. Inciampi sui molteplici ostacoli della vita familiare.
Alcuni inciampi li ho visti subito. Altri li ho capiti dopo, a distanza di tempo, quando ormai avevano già lasciato un segno. Perché sì, anche noi genitori adottivi abbiamo falle. Crepe che partono da lontano, dal nostro vissuto, e che inevitabilmente condizionano ciò che siamo, come agiamo e ciò che ci aspettiamo.
E così arriva il momento in cui ti accorgi che non stai vivendo quello che avevi immaginato. Non perché sia peggio o meglio, ma perché è diverso. Più complesso. Più spigoloso.
Io, per esempio, mi ero fatta un’idea. Di me, di loro, di noi.
E invece mi sono trovata a fare i conti con ciò che non avevo previsto, e che oggi riconosco come parte della nostra normalità: silenzi che non so sempre leggere, reazioni che mi feriscono anche senza volerlo, bisogni che a volte non riesco a soddisfare, anche mettendoci tutta me stessa.
A volte ho provato ad aggiustare, a riempire, a sistemare. Come se bastasse impegnarsi di più, amare meglio, essere più presente.
Non funziona così.
Ci sono stati momenti in cui ho capito, magari troppo tardi, di aver forzato, frainteso, preso strade che non aiutavano nessuno. E non è facile guardarsi lì, in quei luoghi di fallimento, senza scuse e con onestà. Perché voler bene è fondamentale. Ma non ci rende automaticamente capaci.
E allora mi sono fermata. Non per giudicarmi, ma per guardarmi dentro davvero. Per chiedermi cosa ho fatto di buono, dove ho mancato, cosa posso fare meglio.
Perché essere genitori adottivi non è una medaglia d’onore. Non è una versione più nobile della genitorialità. È genitorialità, punto. Con tutto quello che comporta: fatica, contraddizioni, errori, stanchezza, fragilità.
E forse dovremmo iniziare a raccontarlo più spesso. Non per spostare il focus dai bambini, ma per smettere di fingere che gli adulti siano sempre pronti, sempre adeguati, sempre all’altezza.
Non lo siamo. Siamo persone che hanno fatto una scelta enorme e che ogni giorno cercano di affrontare le sfide come possono. A volte bene. A volte meno.
Io ci provo. Continuo a interrogarmi, a imparare, a fermarmi e ricominciare. Perché i miei errori non sono una condanna, ma un punto da cui ripartire. Una nuova partenza.
E forse è questo, alla fine, che conta davvero: non essere perfetti, ma essere disponibili a cambiare. A ripartire.
