Adozione e identità: mantenere un rapporto con la famiglia biologica

Lettere colorate posate su di un tavolo bianco in legno

Chi è stato adottato spesso cresce con poche, a volte pochissime, informazioni sulla propria famiglia biologica. Nomi che non ci sono, storie interrotte, pezzi mancanti. E quei vuoti, anche quando non vengono nominati, esistono. E quelle domande che non fanno rumore, restano dentro per tutta la vita, e diventano parte dell’identità di una persona adottata.

Noi abbiamo adottato nel Regno Unito e lì abbiamo conosciuto il Letterbox Contact: una forma di contatto indiretta e protetta tra famiglia adottiva e genitori biologici.

È un accordo volontario, nel nostro caso anche presente nella sentenza di adozione: una volta all’anno scriviamo una lettera che viene inviata alla famiglia biologica tramite l’ufficio adozioni, che oltre fare da intermediario, si preoccupa di tutelare la riservatezza di tutte le parti coinvolte.

Dentro quelle lettere raccontiamo la vita quotidiana dei nostri figli: come stanno, la scuola, le amicizie, le passioni che nascono, le difficoltà, i piccoli e grandi traguardi. A volte aggiungiamo qualche fotografia. A volte facciamo domande: alcune sono curiosità espresse dai nostri figli, altre volte sono domande di natura medica.

Una volta ricevuta la nostra lettera, i genitori biologici possono rispondere scrivendo fatti della loro vita, condividendo dettagli, raccontando aneddoti, oppure inviando fotografie.

È uno scambio semplice, ma profondamente significativo.

Per i nostri figli, significa poter costruire un senso più completo di sé, poiché hanno accesso, anche se in forma indiretta, alla propria storia, alle proprie radici, alla propria identità. Queste lettere aiutano anche a dare un contesto a ciò che spesso resta sospeso, a ridurre quel senso di vuoto e di perdita che può accompagnare l’adozione.

Per i genitori biologici è un modo per sapere che loro figlio sta bene, cresce, è al sicuro. È una forma di incontro e conversazione, anche se a distanza.

Per noi genitori adottivi, è uno strumento prezioso: permette di mantenere un rapporto con i genitori biologici, rispettoso e mediato, senza confondere i ruoli, ma senza nemmeno cancellare ciò che c’è stato prima. Ed è proprio per non confondere i ruoli, ma dare importanza ai genitori biologici, che nel libro La Principessa Canterina li chiamo Mamma Pancia e Papà Pancia.

Ogni anno scriviamo. Poi la lettera parte. E l’attesa inizia.

Non sempre arriva una risposta. Anzi, spesso non arriva. E anche se può essere difficile da spiegare e giustificare ai nostri figli, in qualche modo, è un rischio che vale la pena prendere.

Ma quando una risposta arriva… è come se improvvisamente si accendesse una luce su qualcosa che fino a quel momento era rimasto nell’ombra. Anche poche righe possono avere un peso enorme.

Per i nostri figli, quelle lettere non sono semplicemente aggiornamenti. Sono tracce. Sono indizi. Sono pezzi della loro storia che tornano a galla. 

Sono un modo per sapere, ad esempio, l’origine del loro nome, da chi hanno preso il colore degli occhi, o quel tratto del loro carattere che ogni tanto ci sorprende un pò. 

Sono risposte, anche parziali e frammentarie, a domande che magari i nostri figli ancora non riescono nemmeno a formulare completamente, ma che risuonano nelle loro menti.

E soprattutto, sono un ponte.

Un ponte delicato, imperfetto, a volte fragile. Ma pur sempre un ponte tra due mondi che altrimenti resterebbero completamente separati: il prima e il dopo, le origini e il presente.

Questo non rende l’adozione più semplice. Non toglie la complessità, non cancella il dolore, non riempie tutti i vuoti. Ma li rende meno silenziosi. Meno indefiniti.

Permette ai nostri figli di costruire la propria identità con qualche tassello in più. Di non sentirsi senza una storia, ma come persone con una storia magari difficile, frammentata, ma comunque esistente.

E ogni volta che ci sediamo a scrivere quella lettera, sentiamo il peso e la responsabilità di quel gesto. 

Non è solo un aggiornamento. È un atto di rispetto. È un modo per dire: la vostra storia conta, tutta. Conta anche il prima, le persone che avete incontrato, quelle che avete perso e quelle che hanno lasciato un vuoto dentro di voi.

Perché conoscere le proprie radici non è curiosità. È bisogno. È identità. È appartenenza.

copertina del libro la principessa caterina

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Categorie: Blog
Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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