Da giorni convivo con un dolore alla schiena e alla gamba. Iniziato come un dolore sciatico, ora diventato una discopatia lombare serrata, così l’hanno chiamata. I farmaci aiutano, è vero: smussano gli angoli più acuti, rendono il dolore più sussurato. Ma non se ne va. Rimane lì, come un rumore di fondo costante, un ronzio che non si può spegnere. Posso distrarmi, fare altro, perfino sorridere. Ma lui resta.
È una presenza costante.
Questo dolore mi ha costretta a rallentare. A misurare i movimenti, a scegliere con attenzione come sedermi, come alzarmi, come dormire. A scoprire che anche le attività più semplici, come allacciarsi le scarpe, chinarsi, restare fermi troppo a lungo o guidare, possono diventare faticose.
E soprattutto mi ha fatto capire quanto il dolore, quando non passa, occupi spazio. Spazio mentale, emotivo, relazionale.
Da qui il pensiero è scivolato, quasi inevitabilmente, verso chi convive con un dolore cronico. Non quello che arriva, fa male e poi se ne va, lasciando dietro di sé una storia da raccontare. Ma quello che resta. Che si infiltra nella quotidianità , che chiede continue negoziazioni con il corpo e con la mente. Quel dolore che non sempre si vede, e quindi che spesso non viene visto e capito.
E poi, da mamma adottiva, ho pensato a un altro tipo di dolore. Meno visibile, ma altrettanto persistente. Quello dei bambini adottati. Quello che viene chiamato Primal Wound, la ferita primaria.Â
Il termine nasce dal libro The Primal Wound: Understanding the Adopted Child di Nancy Newton Verrier. L’autrice, terapeuta e madre adottiva, descrive l’impatto emotivo della separazione precoce dalla madre biologica, una perdita che avviene prima delle parole, ma non prima della memoria del corpo. Una ferita che può attraversare la vita sotto forma di paura dell’abbandono, difficoltà di attaccamento, senso di non appartenenza. Il libro, molto citato e discusso nel campo delle adozioni e degli affidi, e che io ho divorato, è disponibile principalmente in inglese e, al momento, purtroppo non ha una traduzione ufficiale in italiano.
Anche il dolore emotivo, pur non essendo fisico, può essere intenso e reale; e se smettiamo di misurarlo solo dall’impatto immediato, possiamo vederne la presenza silenziosa che persiste nel tempo, insegnandoci a comprenderlo in tutta la sua profonditÃ
Perché quel dolore c’è, e rimane sempre. Può restare silenzioso per anni e poi riattivarsi all’improvviso. In occasione di una perdita, di un cambiamento, di una relazione che va a toccare quel punto sensibile.
Proprio come la mia schiena: ci sono momenti in cui sembra quasi tacere, e altri in cui mi ricorda, senza gentilezza, la sua presenza.
Il dolore cronico insegna una cosa fondamentale: non si può vivere aspettando soltanto che passi. Perché quel dolore non passerà . Si impara allora a conviverci, a costruire una vita che lo includa senza lasciargli tutto il comando. Ma questo richiede energie enormi e, soprattutto, richiede che il dolore venga riconosciuto. Da chi lo prova, prima ancora che dagli altri.
È così che l’autrice descrive la Primal Wound. Non è sempre una ferita aperta, ma una zona sensibile dell’anima. Un punto che chiede ascolto, cura, legittimazione. Negarla, minimizzarla, pensare che ormai è passata può essere come dire a chi soffre di dolore cronico dai, non può farti ancora così male.Â
E invece può. Eccome se può.
Questi giorni di dolore fisico mi stanno ricordando che il dolore invisibile è reale quanto quello che fa zoppicare. Che convivere con una ferita, nel corpo, nell’anima, o nella propria storia, non è una mancanza di forza, ma un esercizio quotidiano di resistenza.
E allora il primo passo, per tutti i dolori che non passano, è smettere di chiedere quando finiranno. È imparare a chiedere, con sensibilità : di cosa hai bisogno oggi per stare meglio?

The Primal Wound: Understanding the Adopted Child di Nancy Newton Verrier, terapeuta familiare e madre adottiva, esplora l’impatto emotivo della separazione tra neonato e madre biologica nell’adozione.Â
L’autrice sostiene che, anche quando l’adozione è amorevole e curata, la separazione precoce crea una ferita primaria (primal wound) nel profondo sistema emotivo dell’adottato: un legame precoce interrotto che può influenzare identità , fiducia, attaccamento e relazioni per tutta la vita.
La teoria si basa su concetti di psicologia perinatale, attaccamento, bonding e perdita e ha avuto grande diffusione soprattutto all’interno delle comunità di adottati e famiglie adottive come testo di riferimento per comprendere dinamiche interne spesso non riconosciute altrove.
