Per molti bambini adottati, la ricerca delle proprie origini non è una fase passeggera, né un capriccio o qualcosa che prima o poi passerà. È un bisogno profondo e istintivo: un tentativo di costruire un’identità solida a partire da una storia troppo spesso spezzata, taciuta o cancellata.
Ogni bambino cresce chiedendosi chi sia. Ma per un bambino adottato questa domanda pesa il doppio, perché spesso il punto di partenza manca, oppure è frammentato in mille piccoli pezzi sparsi, difficili da ritrovare e ancora più difficili da ricomporre.
Quando non si conosce la propria storia, quando le informazioni sono vaghe o inesistenti, il rischio è quello di riempire i vuoti con fantasie, sensi di colpa, vergogna, oppure con l’idea che, se non si sa nulla, è perché non eravamo degni di essere ricordati.
In Italia e nelle adozioni internazionali questo accade ancora troppo spesso. I bambini vengono consegnati a nuove famiglie con poche righe, date incerte, racconti vaghi, e imprecise informazioni mediche. A volte sui genitori biologici non si ha nemmeno un nome, una foto, un perché.
E così, i bambini vengono lasciati soli a colmare vuoti enormi, a immaginare ciò che non è stato detto, a portare sulle proprie spalle domande che nessun bambino dovrebbe essere costretto a sostenere da solo.
Io e mio marito abbiamo adottato i nostri due figli in nazionale nel Regno Unito e sappiamo di essere stati incredibilmente fortunati. Noi abbiamo potuto leggere i file completi dei genitori biologici, e tenere con noi una copia da condividere con i nostri figli in futuro. Storie difficili, imperfette, dolorose, ma così importanti per i nostri figli. Storie che non idealizzano né demonizzano, ma restituiscono umanità. E questa umanità è fondamentale, perché permette ai nostri bambini di colmare qualche vuoto e capire che ciò che è successo non è colpa loro.
Ma ciò che più ci ha colpiti è il lavoro profondo e delicato che gli assistenti sociali fanno attraverso il Life Story Book. Non è un semplice documento. Non è un fascicolo burocratico. Non è una casella da spuntare. È un gesto di cura. È un aiuto concreto. È rispetto per la storia e per l’identità del bambino.
Il Life Story Book è un libro pensato per il bambino, scritto con parole adatte alla sua età, che racconta la sua vita dall’inizio. Chi c’era quando è nato, dove ha vissuto, cosa è successo, perché oggi si trova in una famiglia adottiva. Dentro ci sono fotografie, nomi, luoghi, spiegazioni. Ci sono verità raccontate con delicatezza, senza segreti tossici, senza silenzi assordanti.
È un libro pensato per il bambino per il quale è stato scritto, a conferma che la sua storia è importante. Tutta. Anche le parti difficili. Anche quelle che fanno male. E riconosce il diritto di ogni bambino a conoscere la propria storia nella sua interezza.
Il Life Story Book cresce con il bambino. Si rilegge, si aggiorna, si approfondisce, si aggiungono pagine. Diventa uno strumento per fare domande, per arrabbiarsi, per piangere, per capire, urla, accettare. Diventa un punto fermo a cui tornare quando l’identità vacilla, quando emergono dubbi, quando l’adolescenza porta con sé nuove domande e nuove ferite.
Soprattutto, il Life Story Book toglie ai bambini il peso di dover immaginare. Perché immaginare è spesso più doloroso della verità. L’identità non nasce dal silenzio. Nasce dalla possibilità di sapere, capire ed elaborare.
Conoscere le proprie origini non significa restare intrappolati nel passato. Non significa non amare la famiglia adottiva. Significa comprendere e avere radici. E senza radici, crescere è più difficile.
