Qualche sera fa mio figlio era seduto sul letto con la schiena contro il muro e lo sguardo perso nel nulla. Fermo li, non piangeva, non si lamentava, non faceva rumore. Ma era evidente che qualcosa lo preoccupava.
In quei momenti mi accorgo di quanto sia forte il mio impulso a provare ad indovinare cosa c’è che non va, e cercare subito un rimedio. A dire la frase giusta, quella che aggiusta tutto. A scacciare l’emozione difficile come fosse una sbucciatura sul ginocchio a cui basta un bacio per smettere di bruciare. È una specie di riflesso automatico di noi genitori: togliere di mezzo quello che fa male, rendere tutto più leggero, più sopportabile.
Quella sera, però, non ho detto nessuna delle solite frasi fatte. Mi sono seduta accanto a lui , gli ho chiesto se voleva parlarne, e poi ho aspettato. Lui ha provato a spiegarmi che si sentiva triste senza sapere bene perché, giù di corda. Gli ho sorriso, gli ho spiegato che succede di sentirsi tristi senza motivo e che a volte succede anche a me. Lui ci ha pensato per qualche attimo, ha ponderato il fatto che non era solo a provare quella sensazione. E poi ha tirato un respiro di sollievo e ho visto il suo corpo rilassarsi, come se avesse scoperto che non c’era niente di rotto in lui.
Con tanta fatica, molto lentamente e spesso sbagliando, sto imparando che i bambini non hanno bisogno che noi adulti sistemiamo e risolviamo le loro emozioni. Hanno bisogno che noi ci avviciniamo a quelle emozioni con loro.
È quello che in psicologia si chiama genitorialità riflessiva: fermarsi, andare oltre quello che il bambino fa e provare a capire che cosa prova dentro. Invece di reagire d’istinto, l’adulto prova a mettersi nei panni del bambino, a dare un nome a quello che sente e a stargli accanto con una risposta più consapevole ed empatica. In questa maniera il bambino si sente visto, accolto, e piano piano impara a riconoscere e a fidarsi delle proprie emozioni.
Sminuire un’emozione, ignorarne il peso o spingere i bambini a non sentirla troppo non trasmette conforto, ma negazione: è come dire che ciò che provano non ha importanza.
Capisco perché viene naturale farlo. Da piccola nessuno mi ha mai insegnato a stare con la tristezza, con la paura, con la delusione. Io ho sempre fatto quella forte, indipendente, che faceva finta di niente. Solo che poi quelle emozioni non spariscono davvero. Si mettono da parte, aspettano, e prima o poi tornano a galla.
Così adesso, quando uno dei miei figli mi porta un’emozione scomoda, provo solo a restituire ciò che vedo, senza incasellarla né dare spiegazioni affrettate, riconoscendo il peso di quello che sta vivendo. E spesso accade che, meno cerco di aggiustare, più loro trovano la forza di aprirsi e di parlare di ciò che provano.
Ogni tanto mio figlio mi guarda con i suoi occhi chiari e profondi e mi chiede se anche io mi sento mai triste. Gli rispondo di sì: che a volte mi sento triste, stanca, sbagliata, spaventata, senza capire sempre il perché. Che non passa subito, ma che col tempo le emozioni si alleggeriscono. Non so se sia la cosa giusta da dire, so solo che in quei momenti non mi vede più come l’adulto che sa tutto, ma come qualcuno che può condividere con lui ciò che sente.
E forse è questo, alla fine, il vero modo di parlare ai bambini delle emozioni difficili: non con le frasi giuste, non con le tecniche, ma con la disponibilità a stare lì anche quando è scomodo, anche quando non sappiamo cosa dire, anche quando vorremmo ripiegare su una soluzione rapida.
