Oggi non è successo niente di clamoroso. Niente notizie incredibili, niente svolte epocali, niente foto da incorniciare. Eppure una cosa bella c’è stata, piccola e grande allo stesso tempo.
È successo nel mezzo del solito caos serale: io tra le pentole a cucinare la cena, le voci sovrapposte della radio e della tv, il cane che abbaia all’ennesimo passante e il telefono che squilla.
Ad un certo punto mio figlio maggiore, dodici anni, alto quanto un gigante ma ancora un po’ bambino, si avvicina e mi dice: mamma, posso darti un abbraccio?
Così, senza motivo.
Poi un abbraccio stretto, improvviso, di quelli che ti riempiono di calore e gioia.
Sei la mia mamma preferita, mi ha detto.
Chi è mamma adottiva lo sa: la parola mamma non è mai scontata. Non è automatica. Non è dovuta. È un regalo che arriva quando arriva, se arriva.
Quindi io, con le mani sporche di farina e le farfalle nello stomaco, mi sono sentita all’improvviso… felice. Piena. Fiera. Commossa.
Un mix di orgoglio e appagamento che mi ha quasi fatto venire voglia di piangere.
E poi, con la diffidenza che mi contraddistingue, è arrivata l’altra vocina. Ok. Molto dolce. Molto sospetto. Di cosa avrà bisogno? Che cosa ha combinato? Brutto voto a scuola?
Non gliel’ho detto. L’ho solo abbracciato più forte e ho risposto con dolcezza: e tu sei uno dei miei figli preferiti
Penso che le cose belle non facciano rumore. Non arrivano con gli effetti speciali. Sono minuscole, fragili, spesso durano il tempo di un respiro. Una frase detta al momento giusto. Un abbraccio non richiesto. Una parola come mamma che pesa come oro. E per un momento tutto scompare e rimane solo un senso di serena leggerezza.
Forse non posso controllare le giornate storte. Ma posso allenarmi a salvare nella memoria gli attimi che mi fanno stare bene. Anche solo uno al giorno. Anche piccolo. Anche imperfetto.
