Ansia, meltdown e sensi di colpa: il nostro fallimento al centro prelievi

Bambina seduta su di un tappeto che guarda all'insù e urla.

Oggi doveva essere una mattina relativamente gestibile. Un esame del sangue. Una cosa che mia figlia ha già fatto tre, quattro volte. Una cosa che, razionalmente, dura pochi minuti e poi è finita.

E invece no.

L’ansia si è fatta sentire fin da subito. Già a casa, mentre ci preparavamo, la vedevo irrigidirsi. Io cercavo di tenerla leggera: abbiamo parlato della sorpresa che l’aspettava dopo il prelievo, della colazione da McDonald’s, della ciambella che avrebbe scelto. Con papà ha persino ripercorso, con tono scherzoso, come funziona l’esame: prima il disinfettante che è un po’ freddo, poi un pizzichino che non fa male, infine si mette il cerotto e si corre a fare colazione.

Lei annuiva. Sembrava ascoltare. Sembrava quasi tranquilla. Diceva che l’esame non le piaceva, ma sembrava tutto vagamente sotto controllo. Io mi aggrappavo a quei segnali come a una speranza: anche questa volta ce la faremo.

Ma l’ansia era lì. Sotto pelle. Non mollava. Aumentava.

In macchina la vedevo alternare il sorriso agli occhi lucidi. Io e papà cercavamo di distrarla, di ricordarle la ciambella, di dirle che sarebbe andata bene. Dentro, però, sentivo quella stretta allo stomaco che mi faceva credere che non saremmo riusciti a convincerla.

Arrivati al centro prelievi, ancora in sala d’aspetto, è stato un meltdown mega-galattico.

Urla, pianti, calci, morsi. Un NO urlato con tutto il corpo, non solo con la voce. E poi un altro, ed un altro ancora.

Quasi a forza sono riuscita a toglierle la giacca. Ma non ha voluto nemmeno togliere la felpa. Si aggrappava alla sedia della sala d’aspetto come se oltre la porta dell’ambulatorio qualcosa di mostruoso la stesse aspettando.

Alcuni infermieri gentili hanno cercato di aiutarci, di parlarle con calma, di spiegare che non c’era nulla da temere. Ma niente. Tutti gli occhi della sala d’aspetto erano su di noi. Un mormorio di voci sussurrate: chi pensava di saperne di più, chi aveva la soluzione perfetta e chi ci stava solo giudicando per non saper gestire la situazione.

Io parlavo a mia figlia, con un tono calmo, in apparenza almeno, perché dentro provavo un caos totale: rabbia, frustrazione, inadeguatezza.

Ripensavo alla sorpresa promessa. Alla colazione da McDonald’s. Alla ciambella di cui avevamo parlato dieci minuti prima. E mi chiedevo: dov’è finita quella bambina che annuiva? Com’è possibile che sia sempre tutto così difficile?

Lei era completamente fuori controllo, completamente altrove. Disregolata. Inaccessibile.

E a un certo punto ho capito che non ce l’avremmo fatta. Che stavamo solo peggiorando tutto. Che non c’era ritorno. Un ultimo tentativo: facciamo l’esame e poi andiamo a mangiare la più grande ciambella del mondo.

Nulla. Solo grida di paura, miste a quei forti tratti oppositivi che caratterizzano mia figlia.

Sconfitti, siamo tornati a casa. Senza aver fatto un esame che per lei è importantissimo.

E lì ti si apre un buco nel petto. 

Perché come genitore… che fai? Dove finisce l’empatia e dove dovrebbe iniziare la linea dura? Quando è giusto dire ok, ti vedo, ti capisco, ci fermiamo e quando invece dovrei dire no, lo facciamo lo stesso, anche se fa male, anche se hai paura, perché è per il tuo bene?

A cosa serve promettere una sorpresa, una ciambella, un premio, se poi il panico vince su tutto? Come convinci qualcuno che in quel momento non è più nella realtà, ma solo nella paura?

E poi devo fare anche i conti con me stessa. Con la frustrazione che cerca di prendere il sopravvento, con la voglia di urlare basta, con l’istinto di mollare tutto e andare via. 

Sì, perché alla fine, anche se so che non dovrei, mi arrabbio.

Mi arrabbio perché anche i task più semplici diventano montagne da scalare. Per lei. Per me. Per mio marito. Per noi come famiglia.

Io e mio marito vicini, che ci guardiamo stanchi, svuotati, rassegnati. Ci chiediamo perché ogni cosa debba essere così faticosa. Arrabbiati perché non è solo un esame del sangue, non è solo una mattina storta: è l’ennesima prova che nulla, per noi, è davvero semplice.

Mi sento a pezzi. Mi sento in colpa. Mi sento inadeguata. E sì, mi sento anche arrabbiata.

Una rabbia brutta, che non so bene dove mettere, perché non ce l’ho con lei, ma nemmeno con me stessa. E allora resto lì, con il volto imbruttito, un nodo allo stomaco e una sola domanda che mi frulla in testa: come si ricostruisce da qui?

Categorie: Blog
Guia

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Autrice e mamma adottiva. Sul suo blog di adozione, Guia condivide la sua esperienza di mamma adottiva, raccontando storie di adozione, emozioni, riflessioni e consigli pratici per genitori adottivi, famiglie e lettori interessati a adozione, genitorialità adottiva, inclusione e crescita familiare.

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