Nel corso degli anni sono diventata molto brava a prendermi cura di tutti. Organizzo, incastro, accompagno, ascolto, sostengo e lotto.
Lo faccio ogni giorno, spesso senza pensarci, quasi in automatico. Figlio, marito, nonni, zii. Tutti. Ma l’unica persona di cui non mi prendo cura è me stessa.
Sono mamma di due bambini adottati, di 6 e 12 anni. Chi vive l’adozione sa che la genitorialità adottiva non è fatta solo di scuola, sport e routine, ma anche di appuntamenti terapeutici, regolazione emotiva, attenzione costante e presenza continua. Le nostre giornate sono piene, spesso faticose, quasi sempre intense. E richiedono molto più sforzo di quello che si vede da fuori.
In questo fragile equilibrio, trovare tempo per me sembra un lusso. O forse una pretesa. La giustificazione è sempre la stessa: i miei figli hanno bisogno. Ed è vero. Ma col tempo ho capito che dietro questa frase si nasconde anche un meccanismo di difesa. Restare occupata, essere sempre in movimento, fare molto per gli altri mi permette di non fermarmi. Di non ascoltare la stanchezza, di rimandare le domande, di giustificare perché mi trascino a fine giornata con i capelli spettinati, le occhiaie da panda e zero energie.
C’è una narrativa molto diffusa attorno all’adozione: quella del genitore forte, resiliente, sempre presente, sempre capace. E io ci ho creduto. Ho pensato di dover essere tutto per tutti, sempre. Ma non funziona. Non può funzionare. Nessun genitore, adottivo o biologico che sia, può reggere a lungo senza mai ricaricarsi.
Prendersi cura di se stessi non è un premio, né un lusso. È una responsabilità. Perché i nostri figli hanno bisogno di adulti regolati, presenti, calmi ed emotivamente disponibili. E questo non è possibile se siamo costantemente svuotati. Nella genitorialità adottiva, il benessere dei genitori è parte fondamentale della cura dei figli.
Mi torna spesso in mente una regola imparata durante un corso di primo soccorso: prima assicurati che tu stia bene, poi aiuta gli altri. È una verità semplice, ma rivoluzionaria, soprattutto per chi, come me, è abituato a mettersi sempre dopo tutti gli altri.
Sto imparando, con fatica e sensi di colpa, che prendermi cura di me non toglie nulla alla mia famiglia. Al contrario: quando riesco a farlo, anche in modo imperfetto e sommario, tutto diventa più sostenibile. Posso ascoltare meglio, avere più pazienza, essere più presente. Essere una mamma e una moglie migliore.
Non ho bisogno di una vita diversa, né di diventare una versione irraggiungibile di me stessa. Non mi serve fare tutto da manuale. Ho solo bisogno di riconoscere che anche io conto e ho un peso importante. Di riconoscere quando ho bisogno di una pausa. Di un respiro profondo. Di ritagliarmi un piccolo spazio per me.
E quando quello spazio non c’è, devo imparare a chiedere aiuto. Non c’è vergogna nel farlo: riconoscere il proprio bisogno è il primo gesto di vera cura.
