Io, mamma adottiva di due bambini arrivati dal Regno Unito. Credevo di essere pronta a tutto: nuovi equilibri, nuove abitudini, nuove emozioni.
Poi è arrivato il capitolo vaccinazioni.
Una cosa che, sulla carta, doveva essere semplice: capire quali erano già state fatte, quali mancavano, quali andavano ripetute. Nella realtà , però, è diventato un percorso ad ostacoli, una partita a palla avvelenata in cui fai di tutto per evitare i sospiri e gli sguardi infastiditi delle infermiere.
Telefonate al pediatra, poi al centro vaccinale, poi di nuovo al pediatra. Risposte gentili, certo, ma spesso vaghe e frettolose.
Deve sentire l’altro ufficio. Serve il libretto vaccinale inglese. Manca questa informazione, o quell’altra. Ma hanno già fatto i richiami? No signora, questa vaccinazione in Italia non si fa. E questa? Si fa alla nascita, perché i suoi figli non l’hanno fatta?
E io ripartivo da capo, ogni volta. Telefonata al pediatra. Chiamata al centro vaccinale. Altro giro, altra corsa!
I record vaccinali sono arrivati dal Regno Unito. Certo, erano scritti in un’altra lingua, con nomi diversi, a volte con qualche somiglianza al latino. Poi sigle che ho dovuto cercare una per una, scritte con la rinomata calligrafia impossibile dei medici. Ma i record erano tutti lì: ogni vaccinazione fatta aveva la sua entrata sul foglio.
Poi, alcuni vaccini erano chiari, altri no. C’erano date, ma non spiegazioni. Spiegazioni, ma senza data. C’erano caselle vuote che mi mettevano addosso un senso di responsabilità enorme: e se sbaglio? E se mi sfugge qualcosa di importante per la loro salute?
Sembrava di giocare a Sblocca la Porta: sarei riuscita a risolvere l’enigma e svelare il mistero?
In mezzo a tutto questo, i miei bambini. Che aspettavano di poter andare a scuola, all’asilo, allo spazio giochi. Con già abbastanza cambiamenti alle spalle, a cui ora chiedevo di portare pazienza tra aghi, ambulatori, sale d’attesa e noiosa burocrazia.
Io cercavo di essere calma, di rassicurarli, ma dentro sentivo la stanchezza e, a volte, anche un po’ di solitudine. Perché quando gli uffici si rimbalzano la palla, alla fine resti tu, con le tue domande e la sensazione di dover tenere tutto insieme. Da sola.
Alla fine non so ancora se i miei figli siano super vaccinati, sotto vaccinati o semplicemente vaccinati in modo molto internazionale.
Però respiro, sorrido e vado avanti. Perché essere mamma adottiva è anche questo: districarsi tra burocrazie creative e imparare che, a volte, il vero vaccino è una buona dose di ironia.
