Capire la complessità della storia affettiva dei miei figli adottivi non è facile, è spesso faticoso, e a volte perfino confuso. Però un esercizio semplice che ci era stato proposto durante gli incontri pre-adottivi, più di tante parole, mi ha aiutata a comprenderla: l’esercizio del secchio d’acqua.
È un esercizio semplice, quasi banale nel suo svolgimento. Eppure insegna tantissimo.
Serve un secchio grande, una brocca e dell’acqua. Tu genitore adottivo ti mette nei panni del bambino e ripensi a tutti gli avvenimenti successi prima dell’adozione.
Ripercorri mentalmente la sua vita, dalla nascita fino a oggi. Pensi ai primi anni trascorsi con la famiglia biologica e, per ognuno di essi, riempi una brocca d’acqua e la versi nel secchio.
Poi arrivano gli eventi successivi: l’affido d’emergenza, breve e confuso. Solo mezza brocca.
Prosegui con gli anni vissuti nella famiglia affidataria o in istituto, nell’attesa di una famiglia definitiva. Altre brocche colme d’acqua che si riversano nel grande secchio, una dopo l’altra.
Continui così fino ad arrivare al presente, a quando siete diventati famiglia, all’adozione.
A questo punto il grande secchio è pieno. Ma quale acqua appartiene a quale momento della vita del bambino? Tutta l’acqua è mischiata insieme in un unico secchio. Non puoi saperlo. Nessuno può.
Ed è proprio questo il punto. I bambini adottati non sono fatti da momenti separati. Non c’è un prima che si cancella, e un dopo che sistema tutto. Tutte le persone che si sono prese cura di loro, nel bene e nel male, sono ancora lì. Mescolate. Presenti. Parte della loro identità.
Come mamma adottiva, questo esercizio mi ricorda che il mio amore non ha bisogno di competere con ciò che c’è stato prima. Il mio compito non è svuotare il secchio e riempirlo di nuova acqua. È stare accanto ai miei figli mentre lo osserviamo insieme e impariamo a riconoscere che ogni goccia ha avuto un senso, anche quando ha fatto male, anche quando è difficile da ripercorrere.
Il tempo vissuto con altri adulti importanti non sparirà mai. E non può e non deve farlo.
L’identità di un bambino adottato nasce dall’intreccio delle sue relazioni. Il nostro ruolo di genitori adottivi è offrire uno spazio sicuro in cui tutte queste relazioni possano esistere ed essere comprese, senza doverne cancellare nessuna.
