Me lo sono sentita dire questa mattina, nella sala d’attesa della NPI, aspettando mia figlia impegnata nella sua seduta di logopedia.
Chiacchieravo con un’altra mamma per ingannare l’attesa, ero seduta su di una sedia scomodissima, in una sala d’attesa troppo calda ed affollata. A un certo punto spiego che sono mamma adottiva di due bambini. E subito, puntuale ed immancabile, arriva la frase: ma che bella cosa che hai fatto, sei proprio una mamma speciale!
Lo so, lo capisco. È una frase detta senza cattive intenzioni. Eppure dentro mi infastidisce, e non so mai se spiegare o lasciar passare con un sorriso di rassegnazione.
Perché no, l’adozione non è un gesto eroico. Non è beneficenza. Non è una medaglia d’onore.
Adozione è famiglia. È vita complicata. È svegliarsi stanchi e andare a dormire ancora più stanchi di prima. È ridere per cose assurde e, cinque minuti dopo, avere paura di aver sbagliato tutto. È litigare e fare pace, è abbracci che aggiustano le giornate, e altri che non aggiustano proprio niente, ma servono lo stesso.
I miei figli non sono stati salvati da me. Sono arrivati con una loro storia già scritta, con ferite che non si cancellano, e una forza che spesso non capisco da dove arrivi.
Io non li ho accolti per essere una brava persona. Li ho accolti perché volevo essere mamma. L’adozione non ha bisogno di applausi. Non ha bisogno di complimenti e frasi ad effetto. Ha bisogno di verità, di essere capita e di non essere giudicata.
L’adozione ha bisogno di essere raccontata per quello che è davvero: un legame che si costruisce lentamente, inciampando, riprovandoci, riuscendoci e a volte fallendo.
E mentre penso tutto questo, in quella sterile sala d’attesa, sorrido e lascio correre. Perché no, non sono speciale. Ma mamma, sì. Ogni giorno.
